May 2, 2026

Per decenni, ed io tra gli altri, abbiamo narrato Brindisi come un’enclave dominata esclusivamente dal porto e dalla grande industria. Narrazione che si ripropone anche in questi giorni sotto altri termini malgrado le evidenti e irreversibili crisi dell’esistente. Spero che le tante “riconversioni” e “conversioni” di cui si parla, e più volte annunciate, si avverino.

Si persevera, però, con un racconto che, pur avendo segnato la storia economica del territorio, ha spesso oscurato una risorsa ben più ancestrale, resiliente e strategica: l’agricoltura.

Oggi, in un momento in cui le certezze anche quelle industriali ed energetiche del secolo scorso e che a Brindisi hanno anche condizionato le stesse potenzialità portuali scricchiolano, è giunto il momento di guardare alla terra non come a un retaggio del passato, ma come ad un pilastro su cui fondare una parte del futuro Brindisi e del suo territorio.

C’è stata un’epoca, durata oltre mezzo secolo, in cui la fuga dalle campagne era vista come l’unico ascensore sociale possibile. Studiare per diventare avvocati, medici o insegnanti significava, nell’immaginario collettivo, allontanarsi dalla “terra” per emanciparsi dalla povertà. Il contadino era il “villano”; l’agricoltura, un settore residuale.

Ma gli ultimi anni ci raccontano una storia diversa. La crisi dei modelli produttivi tradizionali e la spinta verso la sostenibilità hanno innescato un’inversione di tendenza. Vediamo oggi giovani imprenditori, professionisti e famiglie “urbanizzate” riscoprire il valore del legame con il territorio. Non è più una scelta di ripiego, ma una precisa volontà di presidiare la qualità, la salute e la filiera corta.
La città di Brindisi detiene un primato geografico che non può essere ignorato: è, dopo Foggia, il capoluogo pugliese con l’agro più esteso. Un mosaico di territori che abbraccia Mesagne, San Donaci, San Pancrazio, San Pietro Vernotico, Cellino San Marco, Carovigno e San Vito dei Normanni.

Abbiamo tra le mani un patrimonio immenso:
• Viticoltura d’eccellenza: Il Brindisi Rosso DOP, testimone di una storia e di una cultura enologica che merita di tornare al centro del futuro del settore vitivinicolo salentino e pugliese.
• Orticoltura storica: Il carciofo (IGP), le angurie, i meloni gialli — produzioni che hanno fatto la storia del gusto locale e non solo.
• Paesaggio ed ecosistema: Un terreno fertile che, se tutelato dall’urbanizzazione selvaggia e dall’installazione indiscriminata di impianti energetici invasivi, può generare un valore aggiunto infinitamente superiore quale può essere il rapporto città-mare-campagna.

 

Un salto di qualità anche per l’agricoltura però è necessario.
Il saper fare contadino da solo non basta più. Per competere nel mercato globale, la tradizione deve sposarsi con l’innovazione. La sfida dei prossimi anni per l’agricoltura brindisina si può e si deve giocare su quattro pilastri:
1. Storytelling e Branding: Non basta produrre, bisogna saper raccontare l’eccellenza. Il brand “Brindisi” deve diventare sinonimo di qualità certificata soprattutto per il vino. L’adesione alla associazione delle città del vino va in questa direzione.
2. Innovazione tecnologica: Agricoltura di precisione, uso sapiente dell’acqua e monitoraggio digitale delle colture sono necessari per ottimizzare le risorse e ridurre l’impatto ambientale.
3. Filiera corta e disintermediazione: Dobbiamo rompere la catena che vede l’agricoltore soccombere di fronte ai costi di intermediazione. Gruppi di acquisto, associazionismo e cooperazione, mercati a Km0 e vendita diretta devono diventare la norma, non l’eccezione.
4. Agri-turismo ed enoturismo di valore: Il turismo di qualità cerca esperienze, non solo mete. Un paesaggio agricolo curato e collocato nella parte terminale dell’Appia Antica è la nostra miglior cartolina per i visitatori, inclusi i crocieristi, che cercano autenticità e benessere.

È maturo il tempo per un “Patto Verde” cittadino. Brindisi deve smettere di essere indolente, invidiosa e pettegola spettatrice passiva di ciò che gli sta attorno. Deve ritornare a credere in se stessa.Il problema è che manca ancora, o almeno manca con sufficiente forza, una visione comune.
E senza visione, anche le risposte alle emergenze rischiano di essere deboli.

 

L’amministrazione locale, per esempio, potrebbe e dovrebbe:
• Censire e valorizzare: Avviare una ricognizione seria delle proprietà agricole comunali e dei terreni inutilizzati, mettendoli a bando per progetti di agricoltura sociale, orti urbani o startup giovanili. Per questo andrebbe dato un impulso alla gestione della prima esperienza di orti urbani della città prima di un loro degrado o ancora peggio di una loro vandalizzazione.
• Favorire l’associazionismo: Creare hub di innovazione dove competenze, associazioni e produttori possano fare massa critica e cooperare. E’ certamente un fatto nuovo per il territorio l’associazione delle cantine brindisine “Appia Wine Road”.
• Sostenere la formazione: Promuovere il capitale umano, avvicinando i giovani alle nuove professioni dell’agricoltura (agronomi, esperti di marketing agricolo, gestori di filiere). Un primo passo è stato fatto a San Pietro grazie alla dirigente scolastica brindisina Rita DeVito.

 

L’agricoltura non è una visione romantica del passato, ma una necessità economica e sociale per il futuro di Brindisi. Integrare la produzione agricola, la tutela paesaggistica e l’offerta turistica significa disegnare un modello di sviluppo sostenibile che non esclude, ma rigenera.
I Messapi e i Romani lo avevano capito duemila anni fa: la fertilità di questa terra è la nostra più grande ricchezza. È arrivato il momento di tornare a farla fruttare, con la consapevolezza moderna di chi sa che il cibo sano, il rispetto per l’ambiente e la capacità di innovare sono gli unici, veri motori di una nuova economia.

Brindisi ha tutte le carte in regola per essere non solo un porto o hub di nuova e sostenibile industria, ma anche un grande, vitale, giardino del Mediterraneo. Vogliamo continuare a guardare a Brindisi come un hub del passato o vogliamo finalmente riscoprire anche l’agricoltura e i suoi prodotti come motore di innovazione, salute, turismo? Coltivare il nostro territorio significa coltivare le nostre radici, il nostro orgoglio per contribuire anche in questo modo al futuro della città.

 

Carmine Dipietrangelo
Tenute Lu Spada

Comments are closed.