April 30, 2026

La citta di Brindisi si trova oggi a un bivio cruciale della sua storia economica e sociale. Da un lato, le notizie sulla decarbonizzazione e sui nuovi investimenti lasciano intravedere la possibilità di un futuro finalmente sostenibile; dall’altro, la notizia dell’avvio dei lavori per il deposito di carburanti della società Brundisium riapre vecchie ferite e solleva forti dubbi sulla coerenza delle verosimilmente programmate politiche di sviluppo territoriale.

Per decenni Brindisi ha pagato un prezzo altissimo a un modello di sviluppo industriale imperniato quasi esclusivamente sui settori energetico e chimico.
Questi comparti, che in passato hanno rappresentato il cuore pulsante dell’indotto locale, hanno finito per mostrare tutta la loro fragilità, diventando oggi del tutto ininfluenti sul piano economico. Peggio ancora, hanno lasciato in eredità una devastazione del territorio senza precedenti, con conseguenze pesanti e documentate sulla sanità pubblica e sull’ecositema locale.
Recentemente, i segnali di cambiamento sembravano indicare una netta inversione di tendenza. Grazie agli investimenti legati alla decarbonizzazione, le dichiarazioni delle istituzioni locali – tra cui il sindaco – avevano acceso la speranza di trasformare la vasta area industriale brindisina in una vera e propria “meta promessa” di innovazione e sostenibilità.

Questo passaggio dalla “teoria alla pratica” è stato salutato dalla cittadinanza come il tanto atteso sospiro di sollievo, una opportunità per affrancarsi da una economia insostenibile e abbracciare un modello più pulito e, soprattutto, diversificato.

L’entusiasmo della transizione è stato però bruscamente interrotto dall’annuncio dell’avvio dei lavori per il nuovo deposito di carburanti della società Brundisium, situato a ridosso delle banchine del porto.
Il progetto si inserisce in un’area di grande valore strategico, presentando caratteristiche che sembrano contraddire apertamente gli obiettivi di riconversione ecologica.
E’ stato notiziato che tale opera sorgerà su di un’area di circa due ettari e mezzo, con un centro nevralgico di sei grandi serbatoi cilindrici fuori terra. Avrà un transito a regime di circa 504.000 tonnellate di idrocarburi all’anno (benzina e gasolio), con condotte collegate alle banchine portuali e tre baie di carico per il rifornimento delle autobotti.
Oltre ai carburanti, è previsto lo stoccaggio di additivi specifici, tra cui il milEx SR 6006, una sostanza classificata come nociva e tossica per l’ambiente acquatico, che richiede rigorosi protocolli di sicurezza.

A conferma della criticità dell’impianto, l’infrastruttura è stata classificata come stabilimento di “Soglia Superiore”, ovvero la categoria più elevata nella scala di rischio prevista dalla normativa Seveso.

La costruzione di detto deposito non solleva solo questioni di sicurezza ambientale, ma va a limitare in maniera netta la polifunzionalità del porto. In particolare la presenza di un polo di stoccaggio così vicino alle banchine (ma anche a meno di due chilometri in linea d’aria dal Petrolchimico, a meno di trecentocinquanta metri dalla ex centrale A2A, a meno di due chilometri dall’aeroporto e dal centro della città), rischia di compromettere seriamente la vocazione turistica e le opportunità di sviluppo commerciale diversificato di una delle infrastrutture più importanti, ma anche dell’intera città.

Il futuro di Brindisi non può, quindi, continuare a rimanere nebuloso. La convivenza tra gli sforzi della decarbonizzazione e un nuovo, “ulteriore” insediamento ad alto rischio di incedente rilevante, appare oggi come una netta contraddizione, ancorché una immane iattura per l’intero territorio.
Per tutti, è fondamentale che la politica locale e nazionale offra, senza infingimenti, un chiarimento definitivo, garantendo che le promesse di risanamento non vengano vanificate da scelte che guardano al passato.
Brindisi ha già dato, e tanto pure.

 

Francesco D’Aprile

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