February 26, 2021

Brundisium.net
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Cinema e teatri chiusi. Musei aperti a tempo. Palazzi storici inaccessibili. È la crisi della cultura ricaduta dal Covid e il costo economico è solo una faccia del problema. Se vi fosse bisogno di avere conferme sulla crisi della cultura, il dato sui consumi culturali nel 2020 fa venire i brividi: con il Covid si sono dimezzati (-47%) passando da 113 euro di spesa media mensile per famiglia di dicembre 2019 a circa 60 euro a dicembre 2020 (sono stati persi oltre 53 euro al mese). Ovviamente è crollata la spesa per spettacoli dal vivo bloccati dal lockdown e dalle misure di contenimento della pandemia: -90% gli spettatori per cinema, concerti, teatro e forti riduzioni di spesa, con punte di oltre il 70%, da parte dei consumatori tra dicembre 2019 e settembre 2020. La forma di fruizione tradizionale della cultura ha lasciato spazio al digitale con la visione di spettacoli dal vivo, opere, balletti e musica classica, sul web e in tv. Una tendenza che, alla luce delle attuali restrizioni, sembra confermarsi anche per la prima parte del 2021; i vincoli dettati dalla pandemia e la conseguente spinta sul digitale sembrano aver cambiato anche la declinazione dell’idea di cultura da parte degli italiani, con il rischio di renderne più effimeri significati e sfumature.

 

«Sullo streaming è stato detto tutto e oltre – sottolinea Carmelo Grassi, operatore culturale e componente del Consiglio Superiore dello Spettacolo del Mibact – e l’esperienza di questo tipo di fruizione lascerà il segno quando l’emergenza sarà finita. Tuttavia, oggi dobbiamo farcelo piacere perché è l’unica cura possibile, l’unica fonte di approvvigionamento, il solo modo in cui la scena fa capolino e non si può non preferire al buio totale. Ma resta un puntino di luce in mezzo alla semioscurità che avvolge oggi tutto il mondo della cultura. La fruizione dal vivo è un’esperienza irripetibile che si può soltanto attendere, non è replicabile neppure con quella extended reality di cui tanto si parla in questo periodo».

 

La cultura non è solo veicolo di inclusione sociale, è anche motore di ripresa. «Spiace per la Puglia – continua Grassi – che nessuna delle candidature a Capitale italiana della Cultura 2022 si sia concretizzata. Ma è sbagliato pensare che il percorso fatto da Bari e da Taranto assieme alla Grecìa Salentina sia stato uno sforzo inutile. Il lavoro che i territori hanno fatto resterà un patrimonio delle città e delle aree che le hanno sostenute, uno straordinario esercizio di metodo perché finalmente hanno imparato a ragionare in modo sistemico, ad abbattere la solitudine dei recinti. Tutti insieme, il territorio come un ecosistema nel quale tutti i valori contano e si sommano fino a concorrere alla sintesi finale. È questo il paradigma della cultura, ogni territorio deve saper progettare in una ottica di interconnessione: la candidatura ha restituito il metodo e penso si tratti di un risultato tutt’altro che scontato».

 

La Puglia ha investito tempo e risorse nella riscoperta del patrimonio delle sue memorie e dei suoi giacimenti culturali, ha sublimato in eccellenza i talenti artistici e creativi, ha sugellato il compendio perfetto tra cultura e turismo. «È possibile fare ancora tanto, in più direzioni. Prenda il Medimex, ad esempio, che negli anni è diventato un’occasione per tutto il settore della musica, dello spettacolo dal vivo, ma anche della formazione. Ecco, io darei al Medimex una connotazione segnatamente pugliese, ne farei un grande palcoscenico dedicato alla eccellenza della musica pugliese in Italia e nel mondo. Dunque, uno strumento per promuovere la nostra terra e la bellezza che parla il suo linguaggio».

 

La nostra regione ha sempre rappresentato una straordinaria geografia di talenti, sensibilità, ritmi e saperi. «Occorre dare impulso a dinamiche – prosegue – che ne facciano risaltare il valore, facciano emergere i segni della creatività e generino percorsi virtuosi. Per questo penso a un organismo riconducibile alla volontà dell’ente regionale, condiviso dai territori, che abbia il compito di incubare esperienze e talenti, valorizzarli e dotarli di prospettiva anche fuori dei confini regionali. Una necessità cui occorre rispondere con strumenti adeguati. Significa permettere ai giovani di indirizzare passione e dedizione, sogni e studio, di disegnare un nuovo paesaggio di creatività».

 

Nei periodi di crisi la cultura ha sempre rappresentato un germe di rinascita, capace di toccare e rigenerare le corde della speranza. Insomma, una parte eminentemente strategica. Per questo, la Puglia dovrà saper dialogare con il pubblico post-pandemia e interpretare desideri, linguaggi, emozioni, immaginari nuovi. Rendere qualitativa la quantità. L’esito di questa missione non avrà firme né conti economici, ma il volto di un atteggiamento che sarà il simbolo della ripresa. Come è accaduto dopo ogni rovescio della storia. «Ho sempre pensato – conclude Carmelo Grassi – che la cultura debba raccontare il suo tempo nel modo più naturale e schietto. Per questo si potrebbe ribattere il modello fortunato delle residenze teatrali, allargandolo alle forme d’arte più diffuse tra i giovani, teatro, danza, musica, lettura, arti urbane e circensi, che parlino di contemporaneità. Un modo per “mettere a sistema” produzione, luoghi, giovani, pubblico e politiche culturali nei settori dello spettacolo dal vivo e della cultura open, garantendo stanzialità delle associazioni che potrebbero finalmente superare l’eterno problema della mancanza di fissa dimora». L’unica certezza del domani, come scriveva Gianni Rodari in un corsivo su Paese Sera, è che «non si sa ancora che cosa sarà», nel frattempo immaginiamolo.

 

Ufficio stampa Carmelo Grassi

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