October 27, 2020

Brundisium.net
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Titolone su quattro colonne: «Enea si candida a un progetto sulla fusione nucleare. In ballo 1.800 posti di lavoro». E, a seguire, l’occhiello: «Brindisi in lizza con altre quattro strutture per ospitare il super-laboratorio». Stento a crederci. Che il 2018 sia finalmente l’anno della rinascita per questa città oggetto solo di distrazione e ruberie?

 

Preso dalla frenesia m’immergo nella lettura del bando dell’Enea e fantastico sulla decisione che il Governo dovrà prendere. Però, man mano che procedo, l’ostico linguaggio tecnico comincia a spegnere l’entusiasmo.

 

Il progetto Divertor Tokamak Test Facility si prefigge di realizzare in Italia un avanzato polo scientifico-tecnologico teso alla messa in opera di una infrastruttura di ricerca sulla fusione nucleare. Ma il nucleare – mi chiedo – non era stato bandito dall’Italia con il referendum del 1987 ed il successivo abrogativo del 2011? Continuo a leggere con sempre maggiore preoccupazione.

 

Ideato dall’Enea il progetto “Dtt” nasce come «anello di collegamento tra i grandi progetti internazionali di fusione nucleare, ovvero “Iter” e “Demo”, il reattore che dopo il 2050 dovrà produrre energia elettrica da fusione nucleare per fornire risposte a problematiche di rilievo quali la gestione dei grandi flussi di potenza prodotti dal plasma combustibile e i materiali da usare come contenitori a prova di temperature elevatissime».

 


Ma il bello, anzi il brutto, deve ancora venire… Il “Dtt” sarà un cilindro alto 10 metri con raggio di 5 metri, all’interno del quale saranno confinati 33 metri cubi di plasma alla temperatura di 100 milioni (sic!) di gradi con una intensità di corrente di 6 milioni di Ampere e un carico termico sui materiali fino a 50 milioni di watt per metro quadrato. Il plasma scaldato lavorerà a una temperatura di oltre 100 milioni di gradi mentre i 26 chilometri di cavi superconduttori in niobio e stagno, e i 16 chilometri di quelli in niobio e titanio, distanti solo poche decine di centimetri, saranno a 269 gradi sotto zero…

 

Seguono, artatamente, i dati “distrattivi”, quelli messi lì per allontanare perplessità, se non paure. Prima tra tutti vi sono quelli relativi ai posti di lavoro: 270 addetti per la costruzione e 500 per la sperimentazione, ai quali si aggiungeranno, rispettivamente 350 e 750 posti nell’indotto terziario. E, in secondo luogo, quelli della durata dell’infrastruttura (almeno 25 anni dopo l’entrata in funzione). Mamma mia, quanti posti di lavoro e per quanti anni!

 

Il bando scade il 31 gennaio prossimo mentre il sito scelto sarà reso noto il 15 marzo successivo. Oltre all’Enea presente nella Cittadella della Ricerca di Brindisi concorrono al bando il Centro Enea di Frascati, quello di Brasimone (in provincia di Bologna, a circa 60 km da Bologna e Firenze), l’ex Gaiero di Casale Monferrato (AL), e le aree dell’ex Ferrania a Cairo Montenotte (SV).

 

Perché la candidatura diventi ufficiale occorre però il benestare della Regione di competenza, alla quale spetta il versamento, come garanzia, di 25 milioni.

 

Problemi per la candidatura di Brindisi? Sembrerebbe di no. Ma come? La Regione non ha dato a Brindisi neppure un euro dei 14,2 milioni messi a disposizione del “Patto per la Puglia” per promuovere la produzione culturale dei prossimi tre anni, ed ora sborserebbe addirittura 25 milioni? C’è qualcosa che mi sfugge.

 

A dissipare solo in parte i dubbi interviene il giudizio che sulla questione ha espresso il Presidente della Commissione regionale bilancio. «A Brindisi – dice Fabiano Amati – potremo contribuire a un grande progetto: mettere il sole in una bottiglia. Mi risulta, infatti, che il Presidente Emiliano è pronto a presentare la candidatura del Centro Enea della Cittadella di Brindisi, per ospitare il progetto di energia pulita da fusione nucleare. Potrebbe non sembrare, ma è come candidare il proprio paese alle olimpiadi».

 

Geremia (17,5) dice: «Maledictus homo qui confidit in homine (maledetto l’uomo che confida nell’uomo)». Applicando la citazione al caso concreto, come possiamo fidarci del nostro Governatore? Gli accadimenti degli ultimi tempi hanno palesato che Emiliano non vuole bene a Brindisi. Lo dimostra l’esplicita volontà di trasferire il terminale della TAP dal basso Salento alla zona industriale di Brindisi. E che dire del fin troppo sostegno ad A2A per far realizzare un impianto di trattamento rifiuti nella vecchia centrale elettrica Brindisi Nord (nonostante il DPP del Comune di Brindisi preveda tutt’altro sul riutilizzo di quell’area)? Per non parlare della vicenda-aeroporto, con il tentativo di declassare il nostro scalo attraverso l’apertura al traffico passeggeri dell’aeroporto di Grottaglie. In realtà la lista sarebbe più lunga, ma bastano questi esempi a rendere chiara la situazione.

 

Vi chiedete ancora cosa c’entri Emiliano con Geremia? C’entra perché, parlando di fiducia, scattano le mie riserve nei confronti del Governatore. Detto con altre parole sono convinto che se il bando dell’Enea fosse una cosa assolutamente positiva e priva di rischi, per i motivi di disamore cui ho accennato, Brindisi non verrebbe candidata! Una cattiveria la mia? Forse, ma talvolta a pensare male si azzecca.

 

E forse qualche rischio, almeno sulla carta, esiste, a giudicare dalle perplessità manifestate da una delle candidate, Casale Monferrato. Qui, infatti, gli ambientalisti e i consiglieri comunali di Articolo Uno sono convinti che l’impianto sperimentale “Dtt” proposto dall’Enea sia una scelta sbagliata in quanto: “inadeguata rispetto alle risposte da dare in tempo utile ai cambiamenti climatici globali; contraddittoria rispetto alle politiche energetiche che sono indirizzate all’uso delle fonti rinnovabili, pulite e diffuse; pericolosa in quanto è prevista la produzione di rifiuti radioattivi generati dalla attivazione neutronica, i quali, in caso di incidente, potrebbero riversarsi all’esterno”.

 

Di parere contrario è l’ing. Riccardo Rossi che, oltre a lavorare nella Cittadella della Ricerca, è anche uno stimato leader politico che ha condotto svariate campagne ambientaliste. A suo avviso l’insediamento di un Divertitore a Brindisi costituisce invece una “grande occasione per il territorio”.

 

Nel precisare che non si tratta di un impianto utilizzato per produrre energia, ma solo di un prototipo destinato a testare i materiali e le condizioni per confinare il plasma, Rossi dà anche assicurazioni dal punto di vista ambientale.

 

«La radioattività di cui si parla – afferma – è a bassa intensità. Tutt’altra cosa rispetto alla fissione nucleare con nuclei pesanti di uranio. Nel caso della fusione, invece, parliamo di una intensità minore anche rispetto ai rifiuti ospedalieri della medicina nucleare. Né abbiamo impianti a rischio di esplosione, perché parliamo di un plasma che si accende e si spegne in maniera praticamente istantanea».
Voglio credere nell’assoluta buona fede e nell’amore che Rossi ha per la città, nell’entusiasmo del ricercatore per una sfida che sa di epico, nell’impegno anche politico per il rilancio di una città e di un territorio troppo bistrattati. Ma…

 

Ma noi – è bene ricordarlo – paghiamo ancora le conseguenze di altre scelte politiche che, anch’esse (forse) in buona fede, mezzo secolo fa hanno stravolto questo territorio soffocandone la naturale vocazione. Con la popolazione che inneggiò entusiasticamente all’arrivo dell’industria, inconsapevole della scia di morte che avrebbe portato con sé.

 

Proprio a causa di questo precedente, il fatto che una scelta altrettanto importante debba essere fatta nel chiuso delle stanze della Regione e del Ministero competente non mi pare oggi accettabile. Non a caso i consiglieri comunali di Casale Monferrato, dove la gente muore ancora di mesotelioma a causa della maledetta industria dell’eternit, hanno dichiarato che «l’inventario radioattivo della fusione è minore, ma non certo trascurabile, rispetto a rischi e danni sanitari della fissione, per cui si rende indispensabile un coinvolgimento dei cittadini in termini di informazione e condivisione delle scelte».

 

In tutto questo parlottio fatto sottovoce è proprio il “coinvolgimento dei cittadini” che balza prepotente. E, aggiungerei, anche quello delle Istituzioni. Per esempio, che cosa dice al riguardo del bando Enea la Provincia di Brindisi che, fino a prova contraria, è la proprietaria del “Comprensorio” Cittadella della Ricerca? E cosa ne pensa il Comune?

 

Soprattutto, l’eventuale aggiudicazione del “Dtt” a Brindisi si concilierebbe con l’imminente trasferimento in quel sito dei 300 studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “Majorana” e, della “ispirazione” del preside Salvatore Giuliano a realizzare lì, nel tempo, un campus della didattica digitale?
Insomma, queste problematiche sono state prese in esame o si sta procedendo, com’è consuetudine, per compartimenti stagno? Salvo poi a rendersi conto che la candidatura non doveva nemmeno essere avanzata!

 

E non si interpreti la prudenza che scaturisce dalle mie considerazioni con una forma di neofobia, una patologica avversione per le novità. Al contrario. Credo nel progresso in tutte le sue forme, convinto come sono che laddove non c’è progresso c’è regresso.
Purtroppo a non farmi stare tranquillo è la paura che, in aggiunta alle venefiche polvere di carbone, ci possa essere anche un contenitore alto dieci metri in cui una sostanza chiamata plasma raggiunge la temperatura di cento milioni di gradi…

 

Guido Giampietro

One Comment

  • Rispondi
    dido
    22 Marzo 2018

    Ho letto con un po’ di ritardo questo editoriale. Al solito , il brindisino doc è contrario a tutto. Al punto, talvolta, di negare l’evidenza. Che poi a sostegno delle proprie tesi si citi Articolo Uno o gli ambientalisti (non meglio precisati) mi lascia perplesso. Si trattasse di ricercatori, esperti del campo e così via potrei capirlo. Ma si parla di Articolo Uno, di gente cioè che gli elettori hanno trattato per come meritano e comunque ne sanno di scienza come un qualche rapper nostrano delle contraddizioni di Seneca. Ovvio che le cifre sull’occupazione sono gonfiate. Chi ne capisce solo un poco sa che si parla di cifre irrisorie, rispetto alla massa di disoccupati ad alto contenuto intellettuale presente nel territorio. Ma vorrei ricordare all’egregio editorialista che anche il sole (che è il reattore a fusione per eccellenza) emette radiazioni ( U.V.) dalle quali dobbiamo difenderci. Per cui ….perchè non spegnere il sole e cercare una fonte alternativa? O anche il sole fa parte delle imposizioni di Emiliano?