October 4, 2022

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Casa, 3 febbraio 2017.

 
Ciao,
scusa se ho tardato a risponderti. Vuoi sapere dove mi trovo?

 

Ti scrivo da una città bruttissima e triste, pacchiana e disordinata, avvelenata e livorosa.

 

Eppure è una città nella quale certe piazze, al tramonto, sono contornate da cime di alberi secchi e malcurati, neri sullo sfondo di un cielo aperto e azzurro come non hai mai visto; dove certi scorci storici devi ricercarli , e ti paiono, dopo averli visti, perle preziose insabbiate fra costruzioni sciatte e irregolari; dove certe notti silenziose di estati di periferia ti possono apparire magiche in certi angoli abbrutiti dall’incuria e dal vandalismo; dove certi paesaggi di slarghi marini vasti e aperti come speranze riescono ancora, chissà perchè, a intenerirti, dove certe passeggiate di tramontana fredda ti portano a rinchiuderti anche nell’anima.

 

Ti scrivo da Brindisi.
E che faccio?
Guardo.
No, non mi impegno in niente. Non ne ho il coraggio.
Lavoro, casa, famiglia, pochi e fidati amici, preoccupazioni quotidiane.
Non voglio fare altro; in realtà non mi interessa neanche.

 

Guardo, guardo e basta, e prendo questa città per quello che è sapendo, in fondo, che quello che è non è altro se non quello che qui una minoranza rissosa e cattiva vuole che sia.

 

Dal Centro alla Commenda, sul ponte che attraversa la ferrovia, in macchina, certi giorni, di pomeriggio, ti si presenta un cielo infinito carico di nuvole immense mentre giù rimane disegnato dai tetti dei palazzi di un vialone scialbo; dal Casale al Centro, altre volte, con i pochi negozi sopravvissuti già chiusi per l’orario, via Provinciale San Vito, senza anima, vita e decoro.

 

Sul lungomare, di fretta e stretto nelle spalle, d’inverno, puoi riuscire persino ad annusare tiepidamente sprazzi di autenticità e di altezze che questa città, in genere, non consente; ma è poca e rara cosa che sempre devi contendere alla freddura ed all’acuirsi della cervicale.

 

L’ostinazione al bello di certi balconi di Sant’Elia ti commuove così come alcune porzioni di marciapiedi lavati, la mattina presto d’estate, con ramazza e detersivo, nelle traverse di via Lata, alla mattina.

 

Ti scrivo da una città che si contraddice ogni giorno e che, ogni santissimo giorno, riscopre al suo interno il veleno delle mille frustrazioni personali rendendole pane quotidiano per i disillusi.

 

E’ una città nella quale la gente crede di aver ritrovato un codice d’appartenenza attraverso la rete.

Ma il web qui amplifica e avvelena tutto per cui l’indignazione si trasforma in vezzo, l’ironia è sempre più vuota sino a rappresentare il comodo rifugio dei senza idee e l’infelicità ed il disagio personali si travestono da impegno sociale e politico.

 

Qui siamo tutti così, forse anch’io ; almeno ci penso.
Se il pazzo dubita di esserlo o il depresso intuisce di poterlo essere non si dice che questo sia già un primo passo verso la guarigione?
Mi basta.

 

Sappi per ora che, comunque, io sto bene; leggo, ascolto la mia musica preferita, scrivo, mi adatto e osservo … e davvero mi basta.

 

Raccontami di te: dimmi cosa fai e se hai ritrovato un po’ di equilibrio.
Vorrei saperti almeno disincantato quanto me, ne sarei felice.

 
Scrivimi e ti risponderò prestissimo.

 

Un abbraccio,
Apunto.

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