October 27, 2020

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Sono solo di qualche giorno fa i dati statistici sui capoluoghi di provincia italiani. E Napoli, per quanto concerne la vivibilità, è al penultimo posto della classifica.

 

Per principio sono contrario a queste compilation che, specie nei notiziari televisivi, presentano un giorno dati positivi sul Pil, le esportazioni, la disoccupazione di grandi e giovani e, il giorno dopo, ne enunciano altri affatto negativi. Viene da chiedersi quali siano gli enormi interessi che ruotano intorno a queste statistiche. E soprattutto quali siano i criteri di valutazione.

 

Anzi no, non li voglio conoscere. Perché basandosi su matematica e algoritmi (oramai questo oggetto misterioso lo si ritrova dappertutto) non li comprenderei.

 

Comprendo invece benissimo i versi della canzone-poesia “Napule è” di Pino Daniele. Versi che ho riscoperto dopo una mia recentissima escursione nella “nostra” ex Capitale.

 

Napule è mille culture, mille paure, è a voce de’ criature che saglie chiene chiene e tu sai ca ’nun sì sule…”.


La cultura, intesa come senso della vita, a Napoli, è unica. È un libro aperto adagiato sulle brulle falde del Vesuvio, e a sfogliarne le grandi pagine sono dotti e popolino insieme. Essa deriva dalla stratificazione di secoli e secoli di storia vissuta dalle genti di ogni dove ed estrazione, qui richiamate dalla Bellezza della natura ma anche dalla gentilezza dell’animo.

 

Nello scrigno dei tesori custoditi nei musei e nelle chiese primeggia, a mio avviso, il “Cristo velato” di Giuseppe Sanmartino, un marmo che alla leggerezza del merletto unisce tutta la drammaticità della Passione.

 

Certo, anche la paura ha qui la sua casa (ma Spinoza non diceva: «La paura non può essere senza speranza né la speranza senza paura»?). Ma in un mondo globalizzato anche la paura si è globalizzata. L’incontriamo per le vie di tutte le città, nei supermercati, nei ritrovi dei giovani, perfino nell’intimità delle case. A Napoli però la paura non è quella di una pallottola vagante che può ammazzarti quando meno te l’aspetti. O quella dell’improvviso risveglio del Vesuvio, che pure c’è. A Napoli la paura è ancora quella primordiale che attiene ai bisogni più elementari della vita. È la paura di perdere il posto di lavoro o di non riuscire più a trovarlo o quella che ti prende quando non sai se l’ambulanza che trasporta tuo figlio riuscirà a districarsi in un traffico caotico e giungere in tempo all’ospedale. È la paura oltre la quale non c’è più niente.

 

Napule è nu sole amaro, è addore ’e mare, è na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta” (il destino).


Quel sole che mette allegria e riscalda i cuori di forestieri e turisti per i napoletani è amaro. Quando al mattino escono di casa si calcano bene sul volto la maschera di Pulcinella e vanno. E ridono per fare ridere, come il grande Eduardo. A inebriarli fino al punto di vedere tutto rosa è solo il profumo che viene dal mare, che s’intrufola nei vichi strettissimi e spavaldo corre per le ampie piazze e le vie che salgono al Vomero, a Posillipo, a Fuorigrotta…

 

Ma è anche il profumo della pizza che ha ricevuto da poco il riconoscimento dell’Unesco in quanto patrimonio immateriale dell’Umanità. Quella pizza che, offerta a S.M. la Regina Margherita di Savoia, ancora si può degustare nell’antico locale ubicato in via Chiaia, angolo via Sant’Anna di Palazzo. Degustare questa pizza è “nu bisciù” a dirla alla napoletana. È come mangiare un pezzo di storia.

 

I napoletani forse si abbandonano al destino, ma non del tutto se nella centralissima via Toledo un giovanotto, con il movimento lento di un seminatore, getta manciate di sale sui piedi degli intruppati turisti bisbigliando: “aglio, fravaglie e ffattura ca nun quaglia cap’alice e capa d’aglio, cuorno e bicuorno…”. Senza nulla chiedere in cambio. Per il solo piacere di donare e augurare fortuna agli increduli viandanti. Anche questa è Napule, e non solo nei giorni che precedono la più grande festa dell’anno perché qui ogni giorno è festa, prova ne è che i presepi di San Gregorio Armeno vi permangono tutto l’anno.

 

Napule è na’ camminata dint’e viche miezo all’ato; Napule è tutto nu’ suonno e a’ sape tutto ’o munno ma nun sann’a verità”.


Un grido di dolore quello di Pino Daniele, la testimonianza della sofferenza dei figli di questa città, amata da pochi e stuprata dai più. Ma per chi riesce a leggere tra le righe Napoli è l’unica città al mondo in cui si vive per le strade. Una fiumana di gente le attraversa scontrandosi con la fiumana che procede in senso inverso.

E tutt’intorno è musica e profumo di sfogliatelle e di babà di dimensioni incredibili. E i negozietti (qui ci sono ancora) pieni fino all’inverosimile di ogni cosa. È il caso di dire che nei vicoli dove la gente si dà la mano affacciandosi alle finestre si trova di tutto: dall’ago all’aeroplano. A prezzi che sono alla portata di tutti. Così per un ombrello tascabile l’ambulante chiede un euro!

 

Ma Napoli è, anche se non lo dice la canzone-poesia di Daniele, l’ex Capitale di un Regno che, soprattutto nel XVIII secolo e sotto Carlo III di Borbone, è stato all’avanguardia in Europa. Un Regno che si è contraddistinto, oltre che nel campo dell’incipiente industrializzazione (la Napoli-Portici, prima ferrovia italiana), nella cultura in tutte le sue sfaccettature (Reggia di Caserta, scavi di Ercolano e Pompei, Real Fabbrica degli Arazzi, Real Laboratorio delle Pietre dure, Reale Fabbrica della Porcellana di Capodimonte…).

 

Purtroppo la partenza di Carlo, il “buon re” come lo chiamavano i napoletani, e l’arrivo dell’ambiguo Ferdinando IV, sempre incerto tra liberalismo e assolutismo, cambiò in peggio le sorti del Regno di Napoli. Anche se Ferdinando ha avuto un occhio particolare per la città di Brindisi tanto da sanare (purtroppo non del tutto!), con l’adeguamento del canale Pigonati, la palude malarica nella quale si era trasformato il porto.

 


C’è da chiedersi quale sarebbe stata la Storia se Napoli non si fosse fatta imbrigliare, con la complicità degli Stati europei preoccupati della sua potenza, nelle interessate trame del Cavour, ancorché grondanti di patriottismo risorgimentale. Purtroppo è andata come tutti sappiamo, ma ciò non toglie che, soprattutto per i meridionali, Napoli va tuttora considerata la nostra, stupenda Capitale.

 

Tornando alla classificazione di “invivibilità” rilasciata a Napoli mi piace chiudere con la preghiera rilasciata dallo scrittore Erri De Luca: «Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare».

 

Guido Giampietro

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