July 20, 2026

La discussione sul futuro di Mogale sta assumendo toni che rischiano di allontanare la comunità dalla realtà. Come Presidente di Confesercenti della Provincia di Brindisi rappresento imprese, lavoratori autonomi, attività produttive e operatori turistici: la parte della città che vive il territorio ogni giorno, che lo sostiene e che lo fa crescere. È per questo che ritengo necessario riportare il dibattito su un piano di responsabilità, verità e prospettiva.
Si sente ripetere spesso che il turismo generi solo lavoro precario e poco retribuito. È una frase che funziona perché contiene una parte di verità: il turismo stagionale, quello mordi‑e‑fuggi, quello che vive solo due mesi l’anno, può produrre lavoro discontinuo. Ma fermarsi a questa immagine significa guardare al passato, non al presente. Il turismo di qualità, quello che investe, che innova, che funziona tutto l’anno, è tutt’altra cosa: professionalizza la filiera, stabilizza l’occupazione e attiva decine di mestieri diversi. Chi critica il turismo immagina ancora un mondo fatto solo di camerieri, cuochi e personale delle pulizie. È una visione ferma agli anni ’90.
Il turismo moderno è una industria dei servizi complessa, che coinvolge artigiani, tecnici, (ingegneri, architetti, geometri, ragionieri ecc) manutentori, agricoltori, operatori del verde, NCC, taxi, guide, accompagnatori, imprese di pulizia professionale, lavanderie, servizi digitali, professionisti del benessere, imprese di eventi, catering, attività outdoor: (escursioni naturalistiche trekking e cammini, cicloturismo, attività sportive leggere, esperienze agricole, tour culturali, attività marine leggere, fotografia naturalistica) Questa è la filiera reale del turismo. Ed è una filiera che non è stagionale, perché i servizi devono essere garantiti tutto l’anno.
Il vero valore del turismo non è dentro le strutture: è fuori, è nel territorio. Ogni visitatore, ogni giorno della sua permanenza, mangia nei ristoranti e nelle masserie, acquista prodotti locali e artigianato, utilizza servizi di trasporto- pubblico e privato, partecipa ad attività esperienziali, attiva lavoro per artigiani, agricoltori, giardinieri, tecnici, alimenta la filiera degli eventi, della cultura, delle esperienze. E poi riparte. E arriva un altro visitatore. E poi un altro ancora. Questo turn‑over continuo è un moltiplicatore economico potentissimo: non è il singolo turista a fare la differenza, ma la continuità del flusso. È così che il turismo di qualità aumenta il reddito pro capite del territorio.
Il vero problema del turismo locale è la stagionalità. E la stagionalità si combatte solo con investimenti che funzionano tutto l’anno. Le strutture di fascia alta lavorano anche in inverno, attirano clientela internazionale, generano servizi continuativi, stabilizzano l’occupazione e sostengono la filiera locale. La destagionalizzazione non è uno slogan: è la condizione necessaria per trasformare il turismo da lavoro povero a lavoro professionale.
Ed è qui che entra in gioco un principio che dovrebbe guidare ogni valutazione seria: la differenza tra il “fare” e il “non fare”.
Non fare significa lasciare tutto com’è, accettare la stagionalità come destino, rinunciare a nuove opportunità, lasciare che la filiera locale lavori a singhiozzo, vedere i giovani andare altrove.
Fare, se regolato e sostenibile, significa invece attivare il territorio, creare lavoro professionale, dare continuità ai servizi, valorizzare le competenze, generare reddito diffuso. Non è una questione ideologica: è una questione di realtà. Ogni comunità che ha scelto di non fare è rimasta ferma; ogni comunità che ha scelto di fare, con intelligenza e rispetto del territorio, è cresciuta.
Negli ultimi tempi si è parlato molto di “turismo estrattivo”, come se fosse una categoria che descrive qualsiasi investimento turistico. In realtà, questo termine indica un modello ben preciso: quello in cui il turista vive isolato dal territorio, consuma tutto all’interno della struttura e lascia poco o nulla all’economia locale. È un modello che può esistere in qualunque parte del mondo, indipendentemente dalla tipologia della struttura, e che non ha nulla a che vedere con il turismo di qualità che Ostuni sta cercando di sviluppare.
Il turismo estrattivo non dipende dalla forma dell’offerta, ma dal modo in cui essa si relaziona al territorio. Quando una struttura dialoga con le imprese locali, acquista prodotti del posto, attiva servizi esterni, coinvolge artigiani, agricoltori, tecnici, operatori del verde, guide, accompagnatori, ristoratori, trasportatori, allora non sottrae valore: lo distribuisce. È un turismo che fa crescere la comunità, che alimenta la filiera, che genera reddito diffuso.
Confondere questo modello con il turismo estrattivo significa usare una categoria sbagliata, che non descrive ciò che accade realmente quando un territorio punta sulla qualità, sulla professionalizzazione e sulla destagionalizzazione. Il turismo estrattivo è un fenomeno da evitare, certo, ma non coincide con il turismo di qualità: coincide con la mancanza di integrazione con il territorio. E Ostuni, oggi, ha bisogno esattamente del contrario: integrazione, collaborazione, filiera, valore che circola.
La questione della costa merita un chiarimento altrettanto netto. In Puglia esistono casi di abusi: recinzioni illegittime, occupazioni indebite del demanio, strutture che hanno provato a spingersi oltre ciò che la legge consente. Sono fatti reali, documentati, in parte sanzionati, e nessuno ha interesse a minimizzarli. Ma proprio perché esistono, è importante distinguere tra ciò che è abuso e ciò che è sviluppo regolato.
Gli abusi non sono la conseguenza del turismo di qualità: sono la conseguenza della mancanza di controllo, della disattenzione amministrativa, della gestione superficiale del territorio. Il turismo di qualità, al contrario, vive di regole, di autorizzazioni, di standard elevati, di rapporti trasparenti con le istituzioni. Non ha bisogno di recintare la costa, né di sottrarre spazi pubblici: ha bisogno di un territorio bello, accessibile, vivo, perché è proprio questo che cerca la sua clientela. La costa è demanio pubblico e rimane tale.
Gli abusi vanno perseguiti, non usati come argomento per bloccare qualsiasi forma di sviluppo. Confondere gli abusi con il turismo regolato significa fare un favore a chi viola le regole e un torto a chi le rispetta. Non è il turismo a privatizzare la costa, sono gli abusi. E gli abusi si combattono con i controlli, non con l’immobilismo.
Ostuni è una città che merita tutela, ma merita anche futuro. La comunità deve poter discutere serenamente, senza estremismi, senza contrapposizioni ideologiche, senza paure indotte. La vera responsabilità è questa: non chiudere la porta allo sviluppo, ma governarlo con intelligenza, equilibrio e rispetto del territorio. Il turismo di qualità non è lavoro povero: è ricchezza che circola, è reddito che rimane, è futuro che si costruisce.

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