October 3, 2022

Brundisium.net
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Sta tutta la notte a spiare / lontano sul mare, / pupilla di fuoco / che fisa nel buio sfavilla. / Si spegne, / s’accende, / ancora si spegne, / più viva risplende…”. Così si presenta il faro cantato dal poeta Ugo Ghiron. Non quello di Brindisi che, da tempo, non “fisa” più nulla. Orbita svuotata da cittadini che hanno sancito, con i loro chiacchiericci inconcludenti, la fine di un reperto di archeologia industriale marittima.

 

 

Ne parlo con Pierino Corbelli, l’ultimo farista del porto, seduti al bar del Porticciolo turistico, con uno Scirocco che spinge oltre la diga di Punta Riso le parole amare di lui. Ed è un bene che il vento porti lontano quei tristi pensieri legati alla demolizione del “suo” faro.

 

Mi chiedo, gli chiedo, perché dell’intera vita trascorsa ad ascoltare i battiti del meccanismo che, come un orologio di precisione, consente la rotazione del congegno ottico, oggi ricordava solo la fase dello smontaggio.

 

Perché, invece, non mi parlava della vista mozzafiato che godeva da lassù, dopo essersi arrampicato, per due volte al giorno, lungo i duecento scalini che lo separavano dalla lanterna?

 

Perché teneva solo per sé la memoria delle notti stellate quando il suo sguardo inseguiva per ventotto miglia i quattro lampi bianchi che, a intervalli di 12 secondi e, in un giro completo di 42 secondi, dialogavano con le navi?

 

Perché non mi confidava lo sforzo che nelle notti di maestrale, gli occhi bruciati dalla salsedine, gli provocava l’apertura della porticina di ferro che lo portava lassù, ad ubriacarsi di una luce più smagliante di un diamante ?

 

O non accennava alle evoluzioni dei gabbiani che gli tenevano compagnia dall’alba al tramonto?

 

   Invece insisteva a parlare delle operazioni di smontaggio.

Poi, quasi a volermi accontentare, con una punta di orgoglio puntualizza che il “suo” era l’unico faro aeronavale costruito dalle maestranze di La Spezia, dal momento che, con il fascio di luce orizzontale assisteva le navi e, con quello verticale, gli aerei del vicino aeroporto.

 

Si sofferma quindi a descrivere il prisma del gruppo ottico, fabbricato nel 1933 e alto più di un metro e mezzo tra la parte superiore, quella inferiore e l’occhio di bue. E, nel ricordo, i suoi occhi brillano della stessa purezza di quel cristallo.

 

Ripensa agli ottoni e ai bronzi che, trattati con olio di gomito, rilucevano come oro; e della cura, quasi da casalinga, con cui, alla sera, si toglievano le tendine che proteggevano dal sole i cristalli della lanterna, per poi rimetterle al mattino.

«I guardiani del faro – mi dice – erano i suoi più affettuosi protettori».

 

Solo per un attimo, nel corso di quel bagno di ricordi, abbozza un timido sorriso. Quando accenna alla “scoperta” dei faccioni del duce (con tanto di elmetto) stampigliati sui lamierini di rame e bronzo utilizzati per mettere in piano l’apparato ottico.

 

Perché, gli chiedo, quel continuo ritorno della memoria ai giorni dello smontaggio del faro? «Perché – mi spiega – in quei giorni occorsi a liberare il traliccio di ferro dai suoi organi vitali, ero consapevole che qualcosa stava morendo proprio sotto le mie mani. E che un altro pezzo della Brindisi marinara si stava perdendo per sempre».

 

  Pierino Corbelli aveva già patito un lutto personale quando abitava con la famiglia nell’alloggio demaniale sull’isola di S. Andrea. A quello, se ne aggiungeva un altro.

 

Né bastava a lenire il dolore la consapevolezza che quello che si smontava non sarebbe stato oggetto di furto o di vandalismo, così come avveniva e tuttora avviene nel castello di Forte a mare e nell’opera del Corno ad esso adiacente.

 

Siamo nel 1983 quando inizia la sofferta operazione di smontaggio. Corbelli lo ricorda bene. È una data che, insieme a quella del suo pensionamento – il 2005 – non potrà mai dimenticare.

 

Non tutto è andato perduto, gli dico. Quello che avete smontato fu trasportato nell’Ufficio Tecnico dei Fari di La Spezia. Almeno sono al riparo dai predatori le preziose doghe di bronzo e di rame…

 

Non mi risponde, i suoi occhi fissano il Castello che è lì, a qualche centinaia di metri, mentre il capo oscilla impercettibilmente inseguendo chissà quali pensieri. «Quella sistemazione a La Spezia – dice poi quasi tra sé e sé – doveva essere temporanea… Il faro, dopo la riparazione della voragine che si era aperta sulla terrazza del castello, sarebbe dovuto tornare qui. Anche da spento avrebbe testimoniato l’importanza di questo porto e il sacrificio dei “guardiani” che si sono avvicendati in 46 anni di servizio. Deve sapere, infatti, che era stato attivato dalla Regia Marina nel 1938…».

 

Dopo questa parentesi di dolorosi ricordi Corbelli si riprende perché, per carattere, è di natura gioviale, visto che il suo sangue, oltre ad essere brindisino, per parte di padre è anche toscano. Prima di salutarci gli chiedo se gli è rimasto impresso qualche episodio significativo della sua lunga carriera. Riflette un momento e poi risponde: «L’unico fatto veramente di rilievo è che il faro, in quasi cinquant’anni, ha sempre funzionato, non si è mai spento. Ed era perfettamente funzionante anche quando è stato rimosso. Lo scriva questo, lo scriva… Lo devono sapere tutti…».

 


   Devo essere sincero. Corbelli un po’ del suo magone me l’aveva attaccato. Quando torno a casa cerco di acquisire informazioni sulla vicenda. In effetti dal maggio 2015 all’aprile 2016 la cronaca cittadina s’interessa del caso, con articoli di stampa e addirittura, in occasione dell’Anno Internazionale della Luce e delle Tecnologie basate sulla Luce, con una conferenza ad hoc organizzata dal Club Unesco per Brindisi.

 

Tutte le associazioni ambientaliste – Italia Nostra, Legambiente, Touring Club Italiano – Club territoriale di Brindisi, Amici dei Musei, Fondazione Tonino Di Giulio, oltre naturalmente al Club Unesco – chiedono, tra l’altro, la sospensione della gara d’appalto per la rimozione del faro di Forte a Mare.

 

Non solo. Intervengono, a vario titolo, anche le Istituzioni: il Comune, la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Lecce, l’Autorità portuale, il Provveditorato interregionale per le Opere Pubbliche di Bari. Ognuno dice la propria, creando una sovrapposizione di dichiarazioni politiche, proposte tecniche e promesse di un monitoraggio costante.

 

Ricordo ancora le ultime parole di Corbelli: «Troppi Enti, “dopo”, si sono interessati alle sorti di ciò che rimaneva del faro. Troppe voci. Le cose erano andate bene fin quando, a parlare, c’era stata la sola voce della Marina Militare!».

 

Di tutto quel chiacchierare, oggi, non è rimasto nulla. O meglio, sono rimasti, imprigionati nella brutta impalcatura protettiva, il traliccio, il castelletto e una vuota lanterna. E sulla sistemazione di questi “resti” si dovrà, prima o poi, prendere delle decisioni. Infatti la ventilata ripresa del restauro di Forte a Mare comporterà necessariamente lo smontaggio anche di questi ultimi elementi. Dove potranno essere custoditi stante l’assoluta certezza dei vandalismi e dei trafugamenti da sempre in atto all’esterno e all’interno del Castello?

 

  Ritengo che una seconda vita del faro potrebbe aversi solo in concomitanza con l’istituzione del Museo delle Sciabiche. Ebbene, sì. Torno ancora una volta sulla necessità, per una città marinara quale la nostra, d’avere un Museo che raccolga tutto quello che il mare ha raccontato nel tempo.

 

E ho anche ribadito a più riprese che la sede più idonea alla bisogna sia quella dell’ex Circolo Nautico ubicata sul lungomare. Sempre che l’Amministrazione Provinciale, nel programma di cessioni d’immobili finalizzato a rimpinguare le casse, decida di vendere al Comune questo locale.

 

È in questa realtà che la struttura del faro potrebbe trovare la sua più naturale sistemazione a vantaggio anche di quelli che continuano a dimenticare che la grandezza, passata e futura, di questa città trae le origini dal mare e dal porto.

 

Guido Giampietro
Foto di copertina: Diego Longo

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