October 3, 2022

Brundisium.net
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… Parte I …

… Parte II …

… Parte III …

… Parte IV …

 

E se non puoi la vita che desideri ….
e io? Che la vita che desidero, a Brindisi, non ce l’ho?
Certo, qui per me è vacanza, vuoto, inconsistenza, parentesi; qui è come poesia letta di sfuggita fra lavoro-spesa-tasse-incontri-acquisti-manutenzioni, qui è trucco, carta segnata scelta dal mazzo, è tranello.
Difficile spiegarlo con il mio scarso greco.

 
Questi nuovi amici, che stasera purtroppo dovrò salutare, hanno deciso di passare con noi quest’ultima mattinata Ateniese; sono una coppia di care persone che non si stupiscono e non hanno remore nel discutere di vita e di esistenza fra una coda al museo ed una salita all’Acropoli, per loro sembra sia la normalità.
E lo capisco: ho la sensazione che di fronte a quell’elmo terrificante, a quei vasi perfetti, a quelle colonne imponenti, a quei visi scavati nella pietra non si possa parlare d’altro.
Accuratamente tutti evitiamo di stabilire date, di nominare architetti e dei, di ripercorrere storie di ritrovamenti e di scavi , di decifrare stili di colonne, leggere opuscoli o di acquistare ricordini in scala.
Saremo lì come per caso e lo sfondo ci servirà solamente per dare maggior valore a quello che ci staremo dicendo, nel senso riflessivo del termine.
Sulle facce dei miei figli mi sembrerà di vedere stampato, a caratteri cubitali, “Mai più in viaggio con papà” , ma io farò finta di non accorgermene.
Salteremo il pranzo e ci ritroveremo in un piccolo locale a vetrate fuori Atene, vicino al Likavitos: piove e fa caldo ed in questo pub-ristorante a vetrate siamo quasi da soli noi e il vecchio rivenditore di souvenir che ha qui trovato provvisoriamente riparo. Conosce i miei amici e si siede con noi. E’ un professore di letteratura greca in pensione: l’ultimo taglio al welfare ha prodotto anche il dimezzamento della sua pensione. Il mutuo e alcune cure urgenti hanno fatto il resto: ora è qui tutta la giornata a vendere souvenir ai turisti per arrotondare.
Coinvolgeremo anche lui nelle nostre astratte discussioni esistenziali.
Si informa, vuol sapere perchè siamo qui e non nelle spiagge più frequentate, perchè passiamo tutto un pomeriggio a discutere del niente come usano fare loro; mi chiede, scherzando, se per caso non abbiamo origini greche.
Siamo in Grecia semplicemente per ritrovare un po’ di lentezza, dico, è solo un viaggio, e traduco taxidi.
Questa parola non gli piace: ci chiede, soprattutto ai ragazzi, di cercarne una più giusta, maggiormente appropriata.
I nostri amici tentano con “peripeteia”, avventura, ma in un viaggio nella capitale c’è poco di avventuroso; mia moglie tenta con “proskinima”, pellegrinaggio, ma appare a tutti eccessivamente rituale; “peripeteies”, peripezie è troppo, e “perpatò”, passeggiata, è troppo poco così come “fantastikò taxidi”, è troppo ricercato.

 

Christos è ritornato ad essere un professore e con calma e pazienza spinge lentamente mio figlio a ricordare fra i termini studiati al liceo, gli parla di Ulisse, di un viaggio di ritorno che trascende partenza ed arrivo e scopro che la lentezza, l’ozio, la meraviglia, la speculazione astratta sono malattie altamente infettive dalle quali mio figlio non è immunizzato: mi guarda e mi dice “papà, è “nostos” il termine giusto è “nostos””.
Anche lui adesso parla di lentezza e di meraviglia: parla di narrazione greca orale, di come “nostos” racconti di un viaggio di ritorno che assegna poca o scarsa importanza sia al punto di partenza che a quello di arrivo. Prende coraggio: prototipo del nòstos è l’Odissea, dice, il termine può anche essere esteso a un viaggio in generale e non necessariamente a un ritorno, non c’è partenza e non c’è meta, letteralmente è “ritorno” ma anche qualcosa che ha a che fare più con la curiosità di Ulisse e meno con il suo desiderio di ritornare a casa.

 

Il professore annuirà convintamente e, forse, quando dirà, sorridendogli, che ognuno di noi ha il proprio “nostos” , lo dirà con un di più di nostalgia che produrrà in tutti noi un dolce, riflessivo, tranquillo silenzio.
Rimarremo li sino alla sera fra ouzo ,rizina, souflaki, lekumia e dotte citazioni filosofiche.
Così finirà il mio viaggio in Grecia.
Ci saluteremo con affetto e con malinconia e quando dirò ai miei amici che vorrei essere un po’ più greco il professore mi riprenderà:
Ora apro porte che sono solo mie
Ognuno ora apre le sue proprie porte
Ognuno ora vede le
sue proprie cose.
E se capita di trovarci di fronte alle stesse cose
le vediamo
con colori e forme ognuno
differentemente.
E se capita di vederle con
gli stessi colori
e con le stesse forme le vediamo
non nella stessa posizione
non dalla stessa posizione
non allo stesso tempo.
E se vediamo esattamente le stesse cose
nella stessa posizione dalla
stessa posizione
dello stesso colore e
della stessa forma
nello stesso tempo esattamente
vuol dire
vuol dire che abbiamo aperto
l’ultima
porta.

 

Nel viaggio di ritorno mi dispiacerà non aver parlato di Panagoulis, non essermi seduto fuori dalla casa di Vassilissa ad aspettare il mio turno, di non aver rivisto “Z”, di non aver ascoltato le musiche di Teodorakis e di mille e mille altre cose che hanno a che fare con quello che vorrei essere e mi conforterà l’illusione di essere più padre di Telemaco che di Edipo.
Qui riandrò a leggere di nuovo quel bel saggio su Senzacolonne della mia amica G., “L’elogio della lentezza” e per discuterne a fondo forse sarà la prima persona con cui chatterò di nuovo.
In aeroporto sarò facilitato dal fatto che i miei bagagli saranno pochi e appena fuori dovrò riconsegnarmi alla normalità: le due ragazze che mi passano davanti quasi senza vedermi e che costringono mia moglie a fermarsi per non inciampare su di loro parlano frenetiche:
“Sbrigati dai, che vuoi vedere che qua ci lascianoooo”
“Guarda che tu hai fatto tardi saaaa; e mo te la prendi pure con meeee, e che cazzoooo …”.

 

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Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Fine del viaggio.

Fine.

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