October 3, 2022

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… Parte I …

… Parte II …

… Parte III …

 

Un taxi giallo ci porta a due passi dal ristorante. Siamo fuori mano, non sembra di essere al Pireo e non sembra un gran ristorante ma fuori non c’è esposto il solito menù in inglese ed in tedesco e questo è già un buon segno.
Al tavolo, con noi, Michalis, amici e amici degli amici: in tutto una ventina di persone, e di stranieri solamente noi. Michalis impone: niente inglese, si parlerà soltanto greco ed italiano.
Ce la faremo.
Le presentazioni saranno cordiali: c’è una coppia più giovane con lui capellone e lei anoressica, due coppie più anziane, due signore da sole, una signorina senza accompagnatore e poi un’insegnante di Italiano che renderà tutto più fluido e due adolescenti che renderanno meno gravosa la serata ai miei figli.
La discussione sarà sottile, ricca e lenta.
Siamo all’aperto e alcune file di lampadine sono legate con la corda agli alberi opposti e si capisce che il cibo ed il vino buonissimi sono solo un pretesto per stare assieme. Dopo due ore di specialità speziate ed indigeste due chitarristi compaiono dal nulla e si avvicinano per intonare strazianti canzoni greche; da un tavolo in fondo viene richiesto il sirtaki e sulle note del pezzo di Teodorakis un nostro commensale sessantenne si alzerà per ballarlo.

 

Lo accompagno anch’io contro la volontà dei miei figli e di mia moglie ma io so farlo bene; so di cosa si tratta. Il sirtaki è un ballo inventato di sana pianta negli anni sessanta e riprende il sirto, il caratteristico antico ballo greco: le movenze sono quelle di chi finalmente esce dal labirinto e va ad incontrare il sole.
E’ un ballo serio i cui passi narrano una vicenda di liberazione e di vittoria ottenuta con fermezza e pazienza. E’ un ballo maschile , l’unico al mondo che non costringa l’uomo a movenze sdolcinate o femminili. E’ un ballo che non toglie niente alla virilità … anzi.
Al tavolo, dopo gli applausi, stranamente anche di mia moglie, un anziano signore ci spiega il perché: ci parla della kalokagathìa come uno dei principali valori della Grecia antica, parola formata dall’unione delle parole “kalòs”che vuol dire bello e “agathòs”.
E’ quasi una lezione di storia: ci dice che Agathòs è una parola difficile da tradurre, infatti al superlativo presenta più o meno una decina di termini diversi, a seconda di ciò che si vuole dire. Uno di questi, per esempio, è “àristos”, da cui “aristocratico”.

 

Agathòs viene convenzionalmente tradotto come “onesto”, ovviamente da coloro che non conoscono la Grecia. Non vuol dire solo “onesto”, vuol dire anche buono, dall’ animo puro, leale, di alto valore, affidabile.
Nessuno di noi trova la giusta traduzione.
Tento con “buenu cristianu” che viene accolto con entusiasmo.
Aggiunge che Kàlos vuol dire “bello”, ma può anche voler dire, estendendo il significato, “che ha un bel viso e un bel corpo” e che unendo questi due concetti si ottiene uno dei valori su cui era fondata la società greca, cioè la “kalokagathìa”: eleganza d’animo e d’aspetto.
La serata intanto continuerà ad essere dolcissima fra quegli ulivi secolari e i due o tre eucaliptus d’importazione.

 

Parleremo di tutto e racconteremo cose e ognuno di loro accompagnerà i propri pensieri con le parole dei nuovi poeti greci che ironizzano su questa Grecia che la Merchel vorrebbe popolata da brave pecore dedite al lavoro

 

Che capre perfette le capre.
Sono nate ieri e come sanno già
con tanta esattezza
tutte le cose caprine.
Sembra abbiano studiato capreria tutt’intera
un’eternità

 

o che, disperatamente, racconteranno di come il popolo più orgoglioso del mondo si ritrovi, ora, a fare i conti con una resa umiliante

 

Quando arriverai alla stazione
non fare nulla di superfluo
Non andare al chiosco
dai venditori di tabacco o frutta
Te ne starai fermo sotto la grande porta
immobile dentro la luce del giorno
lasciando sulle scarpe la polvere del mondo
nelle linee chiuse delle tue mani
Perché noi, da lontano
ti riconosceremo
sotto l’orologio che segnerà
l’ora perduta.

 

La notte, poi, ci riporterà in albergo e sicuramente ci sarà ancora tempo per un’altra sigaretta sul balcone illuminato dalla luna magari ascoltando Demis Roussos che ho opportunamente contrabbandato sull’MP3 all’insaputa di mio figlio.
Qui ci rimarrei per molto tempo se potessi

ma sempre devo avere in mente Itaca

raggiungerla sia il mio pensiero costante.

(…continua…)

 

 A.Serni

 

 

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