Fabio Mussi non c’è più, con lui se ne va un pezzo della storia di tanti di noi , funzionari e dirigenti del PCI. Apparteniamo a una stessa generazione: quella che si è formata nel PCI partendo dalle piazze e dalle aule del Movimento Studentesco del ’68 e che si impegnarono nelle lotte operaie e contadine. Ci siamo conosciuti e vissuti dentro gli organismi del partito, dal Comitato Centrale alle sezioni di lavoro, attraversando la transizione al PDS e le tante stagioni della sinistra italiana. Non ci siamo più visti sia per scelte di vita oltreché politiche.
In quegli anni il confronto non è mai mancato.
Un confronto fatto di discussioni politiche dense, ma anche della sua inconfondibile ironia. Ci sfottevamo, lui ambientalista ed io industrialista, tutti e due con un rapporto speciale con D’Alema, con quella complicità che solo chi ha condiviso una passione politica totale sa costruire e mantenere nel tempo.
Fabio è stato un dirigente di prim’ordine, animato dall’idea di una sinistra unita e capace di posizioni radicali, in particolare sui temi del lavoro e della tutela ambientale.
In un’epoca in cui la cultura di derivazione comunista era ancora fortemente segnata da un’impostazione industrialista e produttivista come la mia. Mussi ebbe un’intuizione profetica. Già alla fine degli anni ’80 ricordava che “l’ambiente non è un capitolo: è la lente con cui guardare il mondo”.
Aggiungeva con lucidità: “Dobbiamo fare una scelta di campo netta, culturale prima ancora che elettorale o di partito. Per troppi anni la politica ha considerato l’ambiente come una voce da aggiungere in fondo all’agenda, un ‘capitolo’ da consultare solo quando le emergenze — i fiumi in piena, il veleno nei terreni, lo smog nelle città — ci costringevano a farlo”.
Parole straordinariamente attuali oggi, di fronte alla crisi climatica. Questa sua visione dimostra la densità e la poliedricità del suo pensiero politico, capace di guardare oltre gli steccati del proprio tempo.
La sua è stata la battaglia, tenace e appassionata, per costruire una sinistra all’altezza delle sfide moderne. Un progetto che spesso è uscito sconfitto dalle dinamiche della storia recente. Quando decise di non aderire al PD, Fabio usò parole amare ma oneste sulla sconfitta della nostra prospettiva. Pur nelle differenze che ci hanno anche diviso, oggi possiamo dirlo insieme a lui: sì, forse siamo stati sconfitti. Ma la dignità, l’intelligenza e la lungimiranza con cui Fabio ha combattuto le sue battaglie restano un patrimonio prezioso per tutti noi.
Ciao Fabio, grazie per la strada fatta insieme, per le idee scambiate e per le risate che non sono mai mancate.
