November 17, 2018



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Anno 494 a.C., il senatore Agrippa Menenio Lanato, con il suo celebre apologo, si rivolge ai plebei secessionisti sull’Aventino e così inizia a discorrere: «Olim humani artus…». Che tradotto suona pressappoco così: una volta le membra dell’uomo si ribellarono poiché si erano persuase che il loro lavoro andasse a tutto vantaggio dello stomaco. Ma dal momento in cui le braccia si rifiutarono di portare il cibo alla bocca e i denti di masticarlo e si fermarono anche le gambe e tutti gli altri organi si comprese che, oltre allo stomaco, a deperire erano tutti.

Agrippa volle dimostrare che come nel corpo umano deve esserci collaborazione tra gli organi, così nella vita sociale tutti hanno pari importanza – plebei e patrizi – contribuendo in tal modo al progresso della “res publica”.

 

Mi chiedo se l’apologo conservi ancora una sua validità ai nostri giorni. Certamente sì. Basta sostituire ai plebei e ai patrizi gli Enti che, cullandosi sullo status di organismi periferici con scarsa autonomia decisionale, ritengono di potere centellinare la propria collaborazione o di rifiutarla del tutto alla collettività di cui fanno parte.

E tra questi organismi “riluttanti” a una fattiva collaborazione, a mio avviso, vi sono anche quei Comandi militari che, per tradizione, sono tra i più rappresentativi nella nostra città: Marina e Aeronautica.

 

Ovviamente non si mettono in discussione i compiti istituzionali svolti dalle due Forze Armate.

Per inciso la Brigata Marina San Marco e, ancora prima, il 32° Stormo da sempre hanno costituito l’orgoglio di una intera città.
Intendo invece porre l’accento su quella loro “disattenzione” per le problematiche di una comunità che non riesce (e l’amministrazione commissariale ne è una evidente testimonianza) ad uscire fuori da una crisi non solo finanziaria ma soprattutto sociale e morale.

 

Eppure Brindisi, una città che il XX secolo ha consacrato “militare”, ha tanto dato in termini di vite umane e di penalizzazione del territorio. A cominciare dai 456 marinai morti il 27 settembre 1915 in seguito all’affondamento nell’avamporto della corazzata Benedetto Brin.

 

E sono ancora di questi giorni i ritrovamenti, nei pressi del lungomare, di ordigni bellici inesplosi. Residui dei 21 attacchi che la Royal Air Force sferrò sulla città tra il 30 ottobre 1940 e la fine di quell’anno. E delle incursioni che sempre i bimotori inglesi provenienti da Malta effettuarono dal 7 al 21 novembre 1941. Tra le quali quella particolarmente distruttiva della notte tra il 7 e l’8 novembre indirizzata, non si sa se volutamente o meno, sulle costruzioni civili più che sugli obiettivi militari portuali e aeroportuali.

 

Dunque Brindisi il suo contributo l’ha dato. Eccome! E sarebbe giusto che anche dall’altra parte ci fossero dei segnali concreti. Che purtroppo mancano.

Perché, per esempio, la Marina si ostina a non consentire, a brindisini e turisti, visite regolari al Castello Svevo sede del Comando della Base navale? Quel castello, costruito nel 1227 da Federico II, appartiene di diritto alla città da lui affettuosamente nominata “filia solis”.

E non può certo costituire una giustificazione la decisione presa nel lontano 1908 dall’Ammiraglio Bettolo, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, circa l’individuazione del castello come sito ideale per la realizzazione della Base che avrebbe dovuto contrastare la flotta austro-ungarica minacciosamente schierata nei porti della dirimpettaia Dalmazia.

 

Non è scritto da nessuna parte che da una emergenza nasca il diritto di penalizzare per l’eternità un territorio. Specialmente se i supremi interessi nazionali e la situazione geopolitica internazionale nel frattempo si sono modificati. Non dimentichiamo che solo qualche anno fa sembrava che la Marina dovesse spostare a Taranto l’intero Arsenale e addirittura ridimensionare la presenza della stessa Forza Armata a Brindisi.

 

Ma torniamo al diniego delle visite. Perché, invece, a Taranto, sede del Comando Logistico della Marina militare Area sud, ubicato anch’esso in un castello, le visite sono consentite tutti i giorni, compresi i festivi, dalla mattina fino alla notte?
E questo mentre “tutti” gli altri castelli della Puglia (e non solo quelli di terra) appartengono alle rispettive amministrazioni comunali e sono diventati pregevoli contenitori culturali? L’essere, quello di Brindisi, ubicato in un porto “strategico” deve dunque costituire una perenne e completa penalizzazione? Al punto da non potervi nemmeno accedere senza rilasciare preventivamente e per iscritto i dati personali? Se poi si considera che nemmeno quello Alfonsino (il castello di mare o rosso attualmente in fase di parziale restauro) rientra, al momento, tra i beni del Comune, ci si trova di fronte all’assurdo che dei due castelli nemmeno uno è fruibile dai cittadini!

 

Ma le penalizzazioni non finiscono qui. C’è un’altra “ostinazione” da parte della Marina. Quella di non voler aprire la porta Thaon di Revel che consentirebbe il passaggio veicolare nel tratto del lungomare di ponente decongestionando il traffico sulla via Provinciale per S. Vito. Cosa osta a questa apertura? Motivi di sicurezza? Edgar Allan Poe diceva: «I segreti si nascondono sotto gli occhi di tutti».

 

Ci troviamo nel 2018 e non voglio pensare che non ci siano soluzioni che, con sopraelevate o tunnel, possano consentire l’attraversamento di zone militari sensibili. Naturalmente in questo caso dovrebbero essere gli amministratori cittadini ad offrire ai vertici della Marina un ventaglio di soluzioni, ivi comprese quelle di natura finanziaria. Il silenzio d’ambo le parti non può certo risolvere il problema di restituire alla città il lungomare nella sua interezza. E anche qui mi vedo costretto a citare il Comando Marina di Taranto che, per ridurre al massimo le aperture-chiusure del ponte girevole, nel 2004 ha inaugurato addirittura la Nuova Stazione Navale in Mar Grande! Questo significa vedere le cose in grande e, soprattutto, attuarle.

 

Ma, come dicevo all’inizio, anche l’Aeronautica, malgrado Brindisi le abbia “prestato” fin dal 1916 (anno della costituzione del 1° nucleo di una stazione provvisoria per idrovolanti) la parte più fascinosa del porto medio, a due passi dal Castello Alfonsino, continua a non dialogare con la città.

 

 

S. Maria del Casale: Cartello zona militare

A gennaio 2017, in un mio articolo pubblicato su questa testata (“Santa Maria del Casale: tra realtà e speranze”) riprendevo in esame quanto già lamentato dalla sezione brindisina di Italia Nostra circa la vergognosa situazione in cui versa il sagrato e l’area circostante la suddetta chiesa.
Giova rammentare che stiamo parlando di una costruzione del XIII secolo, splendido esempio di romanico – gotico e testimone di importanti eventi storici quali le Crociate, oltre che sede del tribunale che nel 1310 emanò la sentenza contro i Templari del Regno di Sicilia.

 

Orbene, Santa Maria del Casale è tuttora una sorta di enclave circondata da recinti, filo spinato e cartelli di “Zona militare”. Tra i rilievi a suo tempo mossi c’è quello di un sagrato utilizzato come un parcheggio, la qual cosa distrae il turista e il pellegrino dalla vista della facciata dai tenui colori che s’indorano di riflessi rosati al variare della luce. Così come precluso da una cancellata è il passaggio che rende impossibile ammirare il retrostante finestrone dell’abside. E praticamente attaccata alla cancellata c’è la recinzione aeroportuale!

 

Francamente non credo ci sia al mondo un edificio, per di più un monumento nazionale fin dal 1875, che si trovi in queste miserevoli condizioni!

 

E che dire dei caseggiati che, tetri e anch’essi protetti da una lunghissima recinzione di filo spinato, si snodano come i bungalow d’un villaggio turistico lunare lungo la stradina che, sul lato meridionale, va a congiungersi con la strada I.A.M.?

 

Storicamente le baracche risalgono all’ottobre del 1935 allorché la Direzione della SACA previde il sito di via Provinciale per S. Vito come “Cantiere di costruzione” e, per l’appunto, quello dell’Idroscalo come “Cantiere di riparazione”. In quest’ultimo fu costituito un “Reparto Motori”. Nel 1943 il complesso fu denominato O.R.M. (Officina per la riparazione dei motori). Il fiore all’occhiello era costituito dalla “Sala prova” per i turbogetti, realizzata intorno al 1953-55. Un monumento di archeologia industriale che, al pari dell’ex capannone Montecatini, andrebbe salvato!

 

In definitiva quelle vergognose baracche dovrebbero essere abbattute perché si darebbe maggior risalto alla facciata della chiesa. Perché da decenni non vengono utilizzate e sono solo ricettacolo di ratti e serpenti. Perché c’è presenza di amianto le cui polveri vengono trasportate in città dai venti di tramontana. E perché rappresentano un pessimo biglietto da visita per quanti s’imbarcano/sbarcano nel vicino aeroporto del Salento.

 

Purtroppo, anche in questo caso, massimo silenzio da parte dell’Aeronautica, ma anche degli altri Enti co-interessati quali Comune, Arcidiocesi, Soprintendenza, Aeroporti di Puglia e ONU. Un silenzio cui bene si attaglia il pensiero di Charles de Gaulle: «Silenzio, splendore dei forti, rifugio dei deboli».

 

Lungi dal fare apologhi alla Menenio Agrippa, ritengo sia giunta l’ora di offrire, da parte di coloro ai quali il dio Marte ha donato i siti più belli del porto, la doverosa collaborazione che restituisca alla città la bellezza decantata fin dai tempi del “nostro” Virgilio.

 

P.S. Sul fatto che i miei articoli possano essere poco letti, sto prendendo in esame la circostanza di farli pubblicare anche dal New York Times e dal Washington Post…

 

Guido Giampietro

One Comment

  • Rispondi
    dido
    6 maggio 2018

    Non sempre il contenuto dei suoi articoli è logicamente ineccepibile. Ma questa volta mi complimento per la completezza e profondità del messaggio. I suoi articoli poco letti? Non mi pare. Forse poco condivisi ma sicuramente accendono la curiosità dei lettori. Al prossimo, allora!