C’è un modo di stare nelle conversazioni che racconta molto del tempo in cui viviamo. Lo si riconosce facilmente: qualunque argomento si introduca, dopo pochi minuti il discorso finisce nella vita di chi abbiamo davanti. Si parla di una città e lui racconta quando ci è stato con la famiglia. Si cita un libro e ricorda quello che leggeva a vent’anni. Si accenna a una malattia e compare immediatamente la sua. Si racconta il successo di qualcuno e ne arriva uno suo o di un familiare, simile o più importante. Si parla di un problema pubblico e il ragionamento scivola su ciò che è accaduto a lui, alla sua famiglia, al suo lavoro, ai suoi amici, al suo vicinato, ai suoi affini.
L’argomento iniziale resta sullo sfondo. Il centro, ormai, è diventato un altro: lui.
Non è necessariamente vanità. E nemmeno sempre narcisismo nella sua forma più ridondante. È piuttosto una sorta di appropriazione autobiografica del dialogo: qualsiasi materia venga messa sul tavolo viene rapidamente declinata nella propria esperienza personale. È naturale, spesso utile, qualche volta persino necessario. Il punto è l’incapacità di non farlo.
Qualunque strada prenda la conversazione, esiste un raccordo che conduce alla stessa destinazione. Il meccanismo può perfino sembrare partecipazione. «È successo anche a me» è una delle frasi con cui cerchiamo di avvicinarci all’esperienza degli altri. Ma c’è una differenza profonda tra usare la propria esperienza per comprendere meglio ciò che viene raccontato e usare ciò che viene raccontato come occasione per riprendersi il discorso.
Nel primo caso ci si avvicina all’altro. Nel secondo lo si sostituisce.
Questa deviazione continua a rendere il fenomeno interessante. L’interlocutore ascolta abbastanza da trovare un appiglio, poi cambia asse. Non segue davvero il racconto: aspetta il punto nel quale possa inserire il proprio. Il dialogo smette così di essere uno spazio comune e diventa una successione di pretesti autobiografici. Christopher Lasch parlò, alla fine degli anni Settanta, di una «cultura del narcisismo». Il suo ragionamento era molto più ampio della semplice vanità individuale: descriveva una società nella quale il sé diventava sempre più bisognoso di attenzione e conferme.
Oggi una delle manifestazioni più usitate di quella centralità potrebbe trovarsi proprio qui: nella difficoltà di sostenere una conversazione senza riportarla continuamente alla propria sfera. Ma c’è anche un problema di ascolto. Ascoltare davvero significa lasciare che un argomento mantenga per qualche minuto la sua direzione. Significa non impadronirsene. Se qualcuno racconta un dolore, non è necessario produrne subito uno nostro. Se parla di una persona interessante, non occorre trovare qualcuno di ancora più interessante che abbiamo conosciuto noi. Se racconta un viaggio, possiamo perfino limitarci a chiedere com’era.
Sembra elementare. Eppure diventa sempre più raro.
Forse perché viviamo in una società che ci allena continuamente all’autorappresentazione. Ogni esperienza viene raccontata, esibita, commentata. Ogni opinione concorre a definire chi siamo. Ogni fatto può diventare materiale per la nostra storia personale. Alla lunga, questa abitudine entra anche nel modo in cui stiamo nelle relazioni. L’altro parla, ma ciò che dice viene immediatamente trasformato in materia prima.
Esiste tuttavia un’altra chiave di lettura. Negli ultimi anni si è molto depotenziata la variabile “comunità”. L’individuo è rimasto da solo davanti al compito di dare senso a ciò che vive. Per questo la propria esperienza finisce spesso per diventare il metro esclusivo con cui leggere tutto il resto. Ci si fida più di ciò che si è vissuto che di ciò che si osserva da fuori. E così il racconto personale acquista un’autorità che tende a occupare anche lo spazio del confronto.
La questione spesso trascende la buona educazione e diventa culturale. Perché se ogni argomento acquista valore soltanto nella misura in cui ci riguarda, perdiamo lentamente la capacità di interessarci a ciò che non parla di noi. E il mondo, per fortuna, è fatto soprattutto di cose che esistono indipendentemente da noi. E forse una conversazione comincia davvero solo quando chi abbiamo davanti non usa ogni frase come una rampa di accesso al proprio piedistallo biografico. Quando il discorso può restare, almeno per un po’, dove era cominciato. Senza deragliare sempre verso il proprio ombelico.
Roberto Romeo
