October 3, 2022

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Diceva Kahlil Gibran ne “Il Profeta”: «Il lavoro è amore reso visibile. E se non riuscite a lavorare con amore, ma solo con avversione, meglio è che lasciate il vostro lavoro e che vi sediate alla porta del tempio per ricevere elemosine da chi lavora con gioia».

Ai tempi di Gibran, a parte gli emarginati della società, non c’erano i disoccupati, gli esodati, i cassintegrati, i licenziati in mobilità… E dunque il fenomeno di chi lavorava senza amore doveva essere molto limitato. Era a questi pochi scontenti che lo scrittore-predicatore consigliava di sedersi sugli scalini del tempio.
Immaginate se oggi si dovesse seguire questo consiglio? Non solo i gradini delle nostre chiese, ma gli interi sagrati pullulerebbero di gente costretta a chiedere l’elemosina dopo aver lasciato un lavoro portato avanti non solo senza amore, ma anche senza un briciolo di entusiasmo in quanto contrario alle proprie vocazioni e agli studi compiuti.
E la massa dei giovani che dell’occupazione hanno solo sentito parlare come di un (teorico) diritto costituzionale? Passerebbero la gran parte della giornata a compilare curricula vitae, magari nemmeno nel format richiesto dall’Europa.

Senza sapere che il curriculum, così come inteso finora, sta lentamente sparendo. Negli Stati Uniti, per la verità, è già sparito da un pezzo.

 

È finito cioè il tempo in cui ci si arrovellava per scovare attività/hobbies mai o poco esercitati sperando di fare colpo sul selezionatore dell’ufficio locale o della multinazionale. Niente più falsità sul grado di conoscenza delle lingue e nemmeno certificazioni di corsi e stage del tutto ininfluenti sul tipo di lavoro agognato.

In altre parole, è finito il tempo di dire bugie che trovano la loro giustificazione solo nella triste condizione di disoccupato. Quel curriculum appartiene oramai ad un mondo che sta per scomparire. Un mondo in cui l’attore principale era rappresentato da colui che cercava un impiego. Oggi, invece, a chi è in cerca di lavoro non viene riconosciuta nemmeno questa iniziativa. Sono i datori di lavoro che scelgono. In che modo?

 

Questa rivoluzione è iniziata con Nate Silver, l’analista statunitense che ha lasciato il New York Times per mettersi al servizio della tv Espn. Egli seleziona lo staff costruendo un grafico che incrocia attitudini e competenze e punta a chi è più “empirico” e “quantitativo”.

 

 

I curricula presentati dai candidati diventano perciò carta straccia poiché oggi le aziende, per assumere, scelgono consultando un ampio ventaglio di dati: l’enorme patrimonio di informazioni provenienti dai “Big Data”. Con questa espressione si indicano tecniche avanzate di apprendimento automatico per estrarre, analizzare e processare enormi quantità di dati.
Le aziende, oramai, non si accontentano più di conoscere se una persona possiede le capacità professionali per svolgere particolari mansioni. Vogliono anche capire quali sono il suo temperamento e le sue aspirazioni. Se, cioè, si sentirà parte dell’azienda o la lascerà alla prima offerta allettante. Le aziende, nella scelta, si prefiggono di raggiungere l’anima del candidato. E quasi sempre ci riescono!

 

Così le piattaforme che un tempo servivano solo per selezionare si trasformano ora in qualcosa di più complesso. Diventano sistemi in grado di esplorare il vissuto dei candidati attingendo ai Big Data, ma anche al “prezioso” materiale che circola nei social network. Rientrano in quest’ultimo caso gli “investigatori digitali” che, al servizio di chi li assume, riesumano foto e scritti “compromettenti” postati dagli stessi candidati anni prima…

 

In questo campo le aziende ricorrono a strumenti di tutti i tipi. Perfino ai siti utilizzati per organizzare incontri sentimentali… Infatti, BeautifulPeople.com ha già affiancato alla sua attività principale, il “dating”, un sito specializzato nel reclutamento del personale. Lo stesso dicasi per eHarmony, forse la più celebre tra le società che cercano partner per i “cuori solitari”, che sta rielaborando il proprio algoritmo per cercare di fare incontrare, anziché due cuori, un datore di lavoro e un lavoratore.

 

Un fenomeno, questo, che viaggia e progredisce in maniera impressionante. Basti pensare che un’azienda specializzata in “screening”, reclutamento e formazione professionale, è capace di analizzare in un anno quaranta milioni di candidati! Purtroppo le tecniche utilizzate non sono sempre “pulite”. Nel senso che la concorrenza si combatte spesso con armi improprie.

 

A parte il caso ˗ oramai superato ˗ del camion sulle cui fiancate è scritto “Assumiamo gente in gamba, stipendi allettanti”, parcheggiato proprio davanti ai cancelli della ditta concorrente, vi sono oggi gli “agenti segreti” che s’intrufolano ovunque carpendo informazioni e reclutando fin nei college gli studenti migliori.
Ora, dunque, il curriculum, inteso nell’accezione classica, tende a passare in secondo piano anche in Europa, superato dal trattamento delle notizie più “vere” raccolte dai Big Data o conservate nella memoria dei social network.
C’è solo da chiedersi se questa transizione avvenga nel rispetto dell’etica e delle norme che regolano la privacy. E qui, con tutto il rispetto per gli algoritmi e per lo statistico Nate Silver, c’è da dire che le cose non vanno proprio bene. Perché il riportare alla luce, all’insaputa del candidato, notizie e documenti scovati un po’ dovunque, finisce per ledere il sacrosanto diritto all’inviolabilità della propria sfera personale.

 

Ennio Flaiano soleva dire: «I fatti miei non li racconto, quelli degli altri non li voglio sapere». Si tratta di una frase che certamente non appartiene ai nostri tempi segnati dal dilagare del gossip. C’è da chiedersi, però, come si sarebbe comportato lo scrittore se, in cerca di lavoro, avesse dovuto compilare il vecchio, caro curriculum. In quel caso i fatti ˗ forse nemmeno tanto veri ˗ avrebbe dovuto raccontarli…

 

Guido Giampietro

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