L’integrazione scolastica ha un volto concreto. È quello delle educatrici e degli educatori professionali che ogni mattina entrano nelle scuole di Brindisi e della provincia per affiancare alunni con disabilità e fragilità. Senza il loro lavoro quotidiano, il diritto allo studio sancito dalla Legge 104 resterebbe sulla carta.
Eppure questo ruolo resta ai margini del sistema scolastico. Laureate, formate, presenti in classe e nei progetti educativi, le educatrici sono trattate come figure esterne. Il servizio è gestito in appalto da cooperative sociali, rinnovato anno dopo anno attraverso gare al massimo ribasso. Il risultato è un ciclo che interrompe il legame educativo proprio nel momento in cui dovrebbe consolidarsi.
La discontinuità è il primo problema. Cambiano le cooperative, cambiano le persone, si spezza la relazione con l’alunno. Per un ragazzo con fragilità, perdere l’educatore di riferimento significa ricominciare da capo. Per la scuola significa vanificare il lavoro svolto.
Il secondo nodo è economico e contrattuale. Il lavoro viene pagato 9 euro netti l’ora, con contratti part-time ciclici verticali che si interrompono ogni volta che l’alunno è assente, durante i ponti e le chiusure scolastiche. Non vengono retribuite le ore di progettazione, di raccordo con i docenti, di stesura del PEI (Piano Individuale Personalizzato). Una professionalità che richiede laurea e aggiornamento continuo viene retribuita come un lavoro non qualificato e scaricata del rischio d’impresa.
A questo si aggiunge l’invisibilità istituzionale. Nella maggior parte dei casi le educatrici non partecipano ai GLO (Gruppo di Lavoro Operativo) se non su invito, non hanno spazi riconosciuti per il confronto con i docenti, non vedono formalizzato il proprio contributo al progetto di vita dello studente. Si lavora dentro la scuola, ma senza farne parte.
Non si tratta di una polemica contro le cooperative, che operano in un quadro di risorse ridotte e di gare sempre più al ribasso. È una richiesta di responsabilità alle istituzioni regionali e locali. L’esternalizzazione del servizio ha trasformato un diritto in un appalto, creando lavoratori di serie B in un luogo che dovrebbe insegnare l’uguaglianza.
Per cambiare rotta servono interventi chiari. Serve stabilità, per garantire continuità educativa e non disperdere il lavoro svolto con gli alunni. Serve una tariffa oraria minima che riconosca il titolo di studio e la responsabilità professionale, sottraendo il servizio alla logica del massimo ribasso. Serve il riconoscimento formale del ruolo all’interno del team scolastico, con diritto di partecipazione ai gruppi di lavoro e alla progettazione condivisa. Serve infine la tutela del reddito nelle interruzioni non imputabili all’educatrice, perché il diritto allo studio non può dipendere dalla presenza in classe in un singolo giorno.
La posta in gioco è semplice. Se il lavoro educativo resta precario, le persone formate lasciano. E a perdere sono i ragazzi con fragilità, le loro classi, l’idea stessa di una scuola inclusiva. L’inclusione non si costruisce con documenti e convegni, ma con professionisti che restano nel tempo e possono progettare.
Dare dignità a questo lavoro significa difendere la scuola pubblica e il principio di uguaglianza sostanziale. Significa riconoscere che chi rende possibile l’integrazione ogni giorno merita le stesse condizioni di chi lavora nella scuola.
L’integrazione scolastica funziona solo se chi la realizza è messa nelle condizioni di farlo. È il momento di passare dalle parole ai fatti.
Dott.ssa Mina Ruggiero
Educatrice Professionale
RSA FILCOM FSMIC
