October 5, 2022

Brundisium.net
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at7-560x315[1]Talvolta, per “sfruttare” lo status di abbonato RAI vittima dell’anacronistico balzello del canone, vado a curiosare su programmi che non siano i telegiornali o qualche film d’antan.
E se non ho la sfortuna d’imbattermi in servizi soft-pornografici (non necessariamente di immagini: la pornografia alligna ancora di più nei concetti, nelle idee…), mi capita spesso d’incappare in trasmissioni in cui viene osannata e pagata (sotto forma di vergognosi gettoni di presenza!) l’ignoranza.

Mi riferisco a una di quelle trasmissioni-quiz (ometto il nome per evitare la beffa di una pubblicità gratuita) che fanno da traino ai programmi della prima serata.
Rabbrividisco alle risposte date dai concorrenti, per la stragrande maggioranza giovani che passano tanto tempo in palestra o nelle discoteche, senza avvertire l’esigenza di aprire qualche volta quelle cose rettangolari di carta che si chiamano libri…

Bongiorno_Fabbricatore_Rischiatutto_1971[1]Viene per prima cosa spontaneo il raffronto con le trasmissioni-quiz dei tempi andati. Quelle, tanto per intenderci, degli albori della televisione. Allorché i concorrenti di “Lascia o raddoppia?” erano preparatissimi sulle materie oggetto delle domande e lo spettatore ˗ anche se non colmava le proprie lacune culturali ˗ poteva ricevere quantomeno degli stimoli per soddisfare, a posteriori, alcune curiosità. E i soldi (non eccessivi) che elargiva mamma RAI se non altro andavano a ripagare i sacrifici (seppure in larga misura mnemonici) dei concorrenti.

Naturalmente molto è cambiato da quei tempi, e non sempre in meglio! Senza voler fare l’ipercritico a tutti i costi, una cosa balza evidente agli occhi: la nonchalance con cui i concorrenti di oggi (quasi tutti con tanto di laurea) sparano idiozie e il fatto ˗ per me inconcepibile ˗ di ridere compiaciuti della loro grassa ignoranza. Anziché trovare una scusa per andare a nascondersi in una stanza buia.

Così può succedere che, allorché il presentatore chiede in quale anno Adolf Hitler viene nominato Cancelliere, offrendo la scelta tra quattro possibili date (1933, 1948, 1964 o 1979: vale a dire una sola prima della Seconda guerra mondiale e le altre successive), tre giovani ˗ dopo essersi concentrati come se dovessero rispondere a una domanda sulla fisica quantistica ˗ indichino candidamente le ultime tre…

Naturalmente non si tratta solo di una ignoranza di natura storica.
Nella medesima trasmissione, infatti, vengono poste domande anche sulle tabelline aritmetiche.
Sì, proprio quelle che si studiano (ma si studiano ancora?) in terza Elementare biascicando, a mo’ di rosario, due-per-uno-due, due- per-due-quattro, due-per-tre-sei… E qui, se la cosa non fosse tragica, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate, come diceva Totò. In effetti qualcuno ride. Sempre loro, i soliti, ineffabili e giovani concorrenti.

Il guaio è che quei giovani, del tutto inconsapevoli e indifferenti all’essere così spaventosamente somari, dimostrano una volta di più quanto le nostre scuole, purtroppo, siano spesso incapaci di formare ragazzi con un minimo di preparazione di base che consenta di capire cosa hanno intorno. E che cosa chiede loro la società. Ed è un dolore vederli andare a schiantarsi contro un mondo che non sono minimamente in grado di comprendere.

168278ffee70dafff5787503f72f008c[1]A fare da contraltare a questa situazione allarmante ci pensa Nuccio Ordine, professore di Letteratura italiana all’Università della Calabria e autore del libro-rivelazione dell’anno “L’utilità dell’inutile – Manifesto” (Editore Bompiani, 2013).

“Sapere ˗ dice questo “ragazzo del Sud”, come ama autodefinirsi ˗ non è un dono, è una conquista”. E per rendere il messaggio ancora più chiaro ricorda quanto Platone fa dire a Socrate ne “La Repubblica”: l’insegnamento non può essere “una costrizione ad apprendere” perché “un uomo libero non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile”.

Sapere, dice il professore, è dunque una conquista. Ma anche un (piccolo o grande) sacrificio personale, aggiungo io. E perché mai i giovani dovrebbero sacrificarsi quando invece, presentandosi in una di queste trasmissioni, con un po’ di fortuna possono portare a casa l’equivalente della liquidazione che i loro genitori hanno ricevuto dopo una vita di duro lavoro?

“Il sapere ˗ continua il professore ˗ è l’ultima forma di resistenza alla logica dell’utilitarismo. Con i soldi tutto si può comprare, i giudici, i parlamentari, il successo, le Tv. L’unica cosa che non si può comprare è il sapere, perché è frutto di uno sforzo personale che nessuno può fare al nostro posto. Neanche se firmi un assegno in bianco”.

Il professore-filosofo spiega quale circolo virtuoso viene messo in moto dal sapere: al contrario della logica utilitaristica che si fonda su uno scambio in cui uno dà (o vende) e uno riceve (o compra), nel dialogo culturale un maestro può insegnare allo studente il teorema di Pitagora senza perdere nulla. Entrambi si arricchiscono: chi dona e chi riceve. Per ottenere questo risultato, però, bisogna sapere insegnare, con passione e dedizione, stimolando i giovani all’apprendimento.

Naturalmente c’è anche qui un discorso di soldi. E come potrebbe non esserci dato il momento particolare che stiamo vivendo?
E non è detto che i tagli assestati dalla “spending review” al settore della cultura vadano nella direzione giusta. La letteratura, la filosofia, i musei, le biblioteche, gli archivi, gli scavi archeologici (Pompei docet…) ˗ spesso considerati un lusso superfluo o, al massimo, la condizione necessaria per un incremento del turismo ˗ rendono l’uomo migliore, capace di solidarietà e altruismo.

cultura[1]Sempre in tema di soldi non si può ignorare l’argomento dei vergognosi emolumenti corrisposti a una classe di lavoratori del pensiero a cui si disconosce la vitale funzione dell’educazione dei giovani. E nemmeno quello degli stitici stanziamenti statali per la scuola.
“I finanziamenti ˗ afferma il prof. Ordine ˗ si basano sulla “quantitas” invece che sulla “qualitas”; uno dei criteri per ottenere i finanziamenti, per esempio, è non avere studenti fuoricorso e ciò incoraggia le università a trasformarsi in esamifici”.

Al di là del titolo accattivante il libro del professore (che in Francia s’è conquistato la Legion d’Honneur e le Palme Accademiche) racchiude un bisogno perentorio. Quello di ridare la giusta importanza agli studi classici, in particolare a quelli della letteratura greca e latina. Insomma, “torni il sapere inutile, ci renderà più liberi”.

Perché?
Perché sono testi che continuano a leggersi, con la medesima attualità, da tanti secoli.
Sono questi i veri bestseller, non quelli impilati in equilibrio instabile sopra i pavimenti dei Centri commerciali.
Libri che, quando si spengono i clamori del battage pubblicitario, cadono nel dimenticatoio, con buona pace delle etichette dei premi Strega, Bagutta, Campiello, Bancarella e, perché no?, anche Nobel, di cui sono stati fregiati.

Guido Giampietro

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