October 5, 2022

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Botero: Autopsicografia di Fernando Pessoa

Botero: Autopsicografia di Fernando Pessoa

Non me ne voglia il lettore se mi approprio di un titolo da Oscar per trattare un argomento che però sempre alla bellezza si ispira. Non a quella di una nobile decaduta (Roma), ma a quella di una (ahimè!) decadente lingua italiana.

 

La vera grande guerra del futuro ˗ scriveva Fernando Pessoa ˗ sarà la lotta per la lingua che diventerà il linguaggio della civiltà europea, rendendola identificabile in futuro, quando la nostra civiltà sarà già morta, come la civiltà antica è identificabile nel greco. Tutti i veri grandi conflitti sono conflitti culturali. Nel comparire di entità così rudimentali e artificiali come le «lingue internazionali», si vede emergere la tendenza che determinerà il conflitto e che forse lo determinerà ancora per molto tempo”.
La premonizione del poeta portoghese è una sorta di grido d’allarme e si riferisce genericamente all’importanza che il linguaggio è destinato ad assumere nel consesso dei Paesi europei, senza entrare nel merito di uno in particolare.

 

A differenza dello spagnolo José Ramirez De Arellano che, molto tempo prima, aveva suggerito le ragioni per cui doveva essere proprio l’italiano la lingua franca d’Europa.

I motivi? Perché è una lingua viva, non artificiale e non risveglia gelosie. Ma anche perché è percepita come bella e colta ed è facile. Soprattutto perché “è una lingua radicata nella cultura europea, è la lingua del Rinascimento, dell’epoca in cui l’Europa riscoprì se stessa, e in cui l’Italia non esisteva ancora come Paese”.

parlo italianoUn giudizio, quest’ultimo, che sembra trovare conforto nella condizione di vitalità che attraversa la nostra lingua.

È infatti recente la notizia che l’italiano risulta al quarto posto nel mondo in quanto a richiesta d’apprendimento.

In un momento in cui la crisi economica continua a mordere e le stupide beghe tra i partiti aumentano la confusione nei cittadini e la sfiducia nelle Istituzioni una notizia del genere dovrebbe risollevare il morale.

E invece qualche legittimo dubbio permane.

Infatti come è possibile un tale risultato per una lingua che, senza sostegni, sta degenerando tanto che è difficile perfino capirsi tra padri e figli? Una lingua talmente malridotta da doverla rinvigorire infarcendola di termini stranieri, in particolare anglofili. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, impropriamente denominato Ministero del Welfare, ne è la più sconcertante testimonianza…

 

La risposta a questo quesito forse si trova, oltre che nel prestigio di cui ˗ malgrado tutto ˗ godiamo ancora nel mondo, nell’ottimo lavoro che svolgono all’estero organizzazioni quali gli Istituti Italiani di Cultura e le Società Dante Alighieri.
Gli I.I.C. ˗ più di novanta in 61 Paesi del mondo ˗ oltre a stabilire all’estero contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico, promuovono e favoriscono in particolare la diffusione della lingua italiana, avvalendosi anche della collaborazione dei lettori d’italiano presso le Università del Paese ospitante, e delle Università italiane che svolgono specifiche attività didattiche e scientifiche connesse con le finalità degli Istituti stessi.

 

Dante AligheriSempre in tema di una maggiore conoscenza della lingua italiana gli Istituti di cultura assicurano la presenza di autori, editori e libri nelle Fiere internazionali del libro e promuovono le relazioni inter-universitarie.
Alla stessa stregua la Società Dante Alighieri ha lo scopo di tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana. Per il conseguimento di tali finalità, facendo leva sui Comitati all’estero, la “Dante Alighieri” istituisce e sussidia scuole, biblioteche, circoli e corsi di lingua e cultura italiana, diffonde libri e pubblicazioni, promuove conferenze, escursioni culturali e manifestazioni artistiche e musicali, assegna premi e borse di studio.
I Comitati della “Dante” sparsi nel mondo sono 423, diffusi in circa sessanta Stati e curano l’attività di oltre ottomila corsi di lingua e cultura italiana a cui sono iscritti più di 195.000 soci studenti. La “Dante” assicura poi la presenza del libro italiano attraverso 300 biblioteche disseminate in ogni parte del pianeta e dotate di oltre cinquecentomila volumi.

 

Tutto bene, dunque. Niente affatto!

LogoIIC[1]Per motivi connessi alla revisione della spesa pubblica (la spending review tanto cara agli anglisti) il Ministero degli Esteri ˗ da cui dipendono gli Istituti Italiani di Cultura ˗ ha annunciato la chiusura di otto I.I.C.: ad Ankara, Vancouver, Francoforte, Lione, Stoccarda, Lussemburgo, Salonicco, Wolfsburg. Scorrendo questi nomi sembra che qualcuno abbia individuato le destinazioni strategiche e poi, in una sorta di cupio dissolvi, abbia deciso di eliminarle!
Contro questa decisione (ad onor del vero presa dal governo Letta) alcuni intellettuali italiani, tra cui lo storico dell’arte Salvatore Settis, hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi per chiedere di “cancellare immediatamente questa decisione sbagliata…

Si trattta di istituzioni pubbliche in cui centinaia di cittadini stranieri studiano la nostra lingua e conoscono la nostra cultura, di centri in cui si possono incontrare direttamente, al di fuori dei nostri confini, i principali protagonisti del nostro cinema, della nostra letteratura, della nostra arte, della ricerca scientifica, imparando ad amare la bellezza e la ricchezza del nostro Paese”.

 

Bisogna risparmiare, si grida da più parti.

Ma proprio questo è il punto: le risorse per la promozione culturale nel mondo non sono spese. Sono investimenti! E il risparmio di 800.000 euro annui che si realizzerebbe con la chiusura degli Istituti potrebbe ottenersi con tagli su altri fronti.
Ciò non toglie che, senza ricorrere a masochistiche soppressioni, non si possano adottare misure correttive per realizzare una riduzione della spesa.

Prima di tutto si potrebbero evitare le duplicazioni con gli addetti culturali e scientifici nelle ambasciate (troppi raccomandati all’estero, e quasi tutti figli di lottizzazioni politiche!).

Ma si dovrebbe ricorrere anche ad un impiego più consistente di personale locale, riducendo così i costosi trasferimenti dall’Italia.

 

In definitiva, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo non si deve sottovalutare la positiva ricaduta economica che l’attività degli Istituti di cultura produce.

Basti pensare a quanti studenti o utenti degli Istituti destinati a chiudere scelgono di visitare il Belpaese, di acquistarne prodotti, di farvi investimenti.

 

La “grande bellezza” dell’Italia non è solo quella raccontata da Sorrentino e Servillo.

È anche questa.

 

Guido Giampietro

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