October 3, 2022

Brundisium.net
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  “La fama non di meno, che nelle posterità si è conservata afferma che sia capitata in quel porto una nave che conduceva seco il corpo del santo martire, né poté mai dipartirsi, ancorché avesse il tempo prospero, in tanto che non depose nella Città quella pretiosa merce, che solennemente ricevuta dal vescovo, clero, e tutto il popolo, ed è così universale e continuata questa tradizione, che può, in vece di scrittura autentica, servire per autorità dell’Historia”.

Il brano di cui sopra è tratto dalla “Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi” scritta da Andrea Della Monaca nell’Anno di Grazia 1674 e riporta la leggenda dell’arrivo a Brindisi delle spoglie di San Teodoro d’Amasea, guerriero, protettore delle reclute e degli eserciti, primo patrono di Venezia e “defensor urbis”.

 

Ma la leggenda popolare non si ferma qui perché racconta anche dell’ultima parte del viaggio periglioso della nave che, proveniente dall’anatolica città di Euchaita, inseguita dai turchi, navigava verso Venezia con il prezioso carico delle spoglie del Santo. Erano al largo delle coste brindisine quando i marinai, pur di non lasciare l’urna nelle mani degli infedeli, decisero di abbandonarla su una zattera.

 

Un gruppo di pescatori, testimoni della scena e in qualche modo presaghi del carico della zattera, si cimentarono nel suo recupero prima che fosse presa dai turchi o inghiottita dal mare. Remando con vigoria e quasi in competizione tra loro diressero le piccole barche – gli škifarieddi – verso quel legno sballottato dalle onde, presero l’urna e la portarono trionfalmente in città. Senza esserne consapevoli quegli “Sciabbicoti” avevano dato i natali all’anteprima del Palio dell’Arca.

 


Fin qui la leggenda, ma ad avvalorarla c’è anche la Storia secondo la quale, in età federiciana, il 27 aprile 1210 come vuole la tradizione o, più probabilmente, il 9 novembre 1225, in occasione delle nozze di Federico II con Isabella di Brienne, regina di Gerusalemme, le reliquie di San Teodoro furono realmente traslate in Brindisi dalla città di Aukhat (o Euchaita). E, sempre nel XIII secolo, ad opera di ignoti argentieri meridionali, fu realizzata l’arca d’argento di San Teodoro, attualmente esposta nel Museo diocesano “Giovanni Tarantini”.

 

Il Palio, dunque, avrebbe potuto continuare a essere una delle tante leggende che parlano di Brindisi e della sua più grande ricchezza: il mare. Invece, a partire dal 1995, in concomitanza con le celebrazioni per i Santi Patroni San Teodoro e San Lorenzo, ad opera della famiglia Romanelli (un nome che sa di salsedine per quanto è impregnato di marineria), il Palio è diventato una vera e propria competizione sportiva tra sei škifarieddi (storica imbarcazione da pesca a due posti) in rappresentanza di altrettanti quartieri della città.

 


A titolo di cronaca, Franco Romanelli, timoniere della squadra dei Remuri (versione vernacolare dei remi), in coppia con il figlio Antonio, presidente dell’asd “Brindisi in voga”, hanno vinto ben otto titoli del Palio. Altri cinque sono stati appannaggio di Franco insieme al cugino Vincenzo Romanelli!

 

Dopo tutto questo dire grande dev’essere stata la sorpresa dei brindisini quando domenica 3 settembre, al nastro di partenza della 22^ edizione del Palio, anziché gli škifarieddi, hanno visto schierate le storiche lance a dieci remi (nominate, non a caso, San Teodoro e San Lorenzo), le stesse con cui si è svolta la 1^ tappa del Trofeo dell’Adriatico e dello Ionio.

 

Perché questa piccola, grande rivoluzione? Perché gli škifarieddi non erano al loro posto? Perché la tradizione del Palio ha rischiato seriamente di saltare? E perché non è saltata?

 

Non è saltata grazie, ancora una volta, all’attaccamento e all’intraprendenza di Franco Romanelli che ha pensato, in extremis, di ricorrere alle lance e ai venti tra vogatori e vogatrici pur di conservare in vita una tradizione che, si badi bene, ha una valenza – oltre che marinara – anche religiosa.

 


Senza alimentare inutili polemiche (la città è piena di veleni, e non solo quelli della zona industriale) va detto che l’organizzatore delle ultime quattro edizioni del Palio non ha ritenuto opportuno continuare a mettere a disposizione le imbarcazioni di sua proprietà. Stop!

 

Mi pare che, in punta di diritto, nulla si possa obiettare a questo signore. Quello che invece va sottolineato è che la città, per mantenere viva una tradizione che affonda le origini nel XIII secolo, non debba più affidarsi agli “umori” di un privato! E si deve ringraziare i Romanelli per l’escamotage trovato all’ultimissimo momento se non è saltato tutto.
Siccome è buona norma essere propositivi, chi scrive è dell’avviso che si debba correre subito ai ripari, così da trovarsi pronti per il prossimo Palio. In che modo? Mi pare che ce ne sia solo uno: l’Amministrazione comunale deve farsi carico d’acquisire gli škifarieddi, anche gradualmente nel tempo. Le imbarcazioni, peraltro, non sarebbero utilizzabili solo per il Palio, ma potrebbero servire da “scuola” per insegnare a grandi e piccoli l’esercizio sportivo della voga che, nel passato, tanto lustro ha dato alla città.

 

E dove andrebbero custodite le barche? In alternativa alla Lega Navale o al Porticciolo turistico si potrebbe pensare al loro ricovero nella sede dell’ex Circolo Nautico ubicato nei pressi del piazzale Lenio Flacco. Chi mi legge da tempo conosce il mio pensiero al riguardo: quello di acquisire dalla Provincia il locale e adibirlo a Museo delle Tradizioni marinare. Ne ho parlato più volte da queste colonne (il primo articolo, “Un museo alle Sciabbiche”, risale al 16.11.2013), chiamando direttamente in causa anche il Presidente pro tempore della Provincia, ma senza alcun risultato. È proprio vero che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. D’altro canto – diciamola tutta – un Presidente cittadino e sindaco di Francavilla Fontana potrebbe mai comprendere l’importanza per Brindisi di un tale Museo?

 


Continuo a chiedermi perché tutte le città di mare abbiano un’istituzione di tal genere e Brindisi, che è tra i porti più importanti non solo dei mari italiani ma dell’intero Mediterraneo, non possa avere il suo Museo marinaro. Se si pensa poi che l’impedimento a un’eventuale cessione (onerosa) dell’ex Circolo nautico al Comune possa dipendere dall’utilizzo quale parcheggio delle auto “istituzionali” o private della Provincia, c’è da concludere che questa città ha veramente toccato il fondo! O, come ha detto il vescovo Caliandro nel messaggio al termine della processione a mare dei Santi Protettori, “Se non l’amiamo, non faremo niente. La lasceremo peggio di come l’abbiamo trovata…”.

 

Prima che l’amarezza per questo stato di cose mi spinga a considerazioni personali che devierebbero dai doveri deontologici di un giornalista preferisco non addentrarmi ulteriormente nella necessità di un tale Museo per la città. Peraltro non posso non far notare che gli Sciabbicoti, i più genuini abitatori di questa città, stiano man mano scomparendo per motivi “anagrafici” e, con essi, rischia di disperdersi una ricchezza inestimabile di ricordi e testimonianze.

 

Mi verrebbe da dire come recitava, negli anni Settanta, un Carosello della Ferrero: “Gigante, pensaci tu”; e lui, il gigante buono, metteva a posto il cattivo Jo Condor. Lo direi, però, con questa variante: “Dott. Santi Giuffrè, pensaci tu; metti fuori combattimento questi imbelli Jo Condor che, con la loro incultura e l’attaccamento ai meschini e personali interessi, stanno uccidendo Brindisi”. Ma poi penso che il Commissario prefettizio la sua battaglia giornaliera contro tanti Jo Condor la stia già combattendo e, francamente, non me la sento di aumentare il carico che ha sulle spalle suggerendogli di perorare la causa del Museo.

 

Conclusione (amara): gli škifarieddi non li rivedremo più al Palio e il Museo delle Tradizioni marinare rimarrà il cruccio personale di un sognatore fuori dal tempo.

A proposito, il Palio delle lance è stato appannaggio dell’equipaggio della San Teodoro.

 

Guido Giampietro

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