October 3, 2022

Brundisium.net
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Nessuno scrive alla puttana.
Nessuno le scrive più.
E scrivere sta qui per parlarne, fotografarla, cantarla, dipingerla o dedicarle sinfonie.

 

Nessuna lettera arriva più; che sia essa romanzo, novella, canzone d’autore, quadro, scatto fotografico, scultura o musica dotta.
Niente di niente.
Neanche uno straccio di storiella o di barzelletta inedita.

 

 L’ultimo grande estimatore di successo, si suppone esclusivamente platonico, credo sia stato Fabrizio De Andrè che è riuscito a trattare il tema dell’amore mercenario con una tale delicatezza che ancora oggi stuoli di padri e madri, forse per la facilità musicale della ballata, forse per disattenzione, inseriscono “Bocca di rosa” nel repertorio dei propri bambini iscrivendoli nei concorsi canori per le selezioni dello Zecchino d’oro, e casti gruppi di ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica intonano il pezzo nelle loro schitarrate sui pullman diretti ad Assisi per una marcia della pace o a Roma a supportare il family day.
Poi più niente che valga la pena di essere ricordato.

 

E si che di quel tipo di lettere ne erano sempre arrivate a iosa.


Nella grande Grecia e nella Roma scollacciata dell’impero e persino nel più bigotto Egitto dei Faraoni.
Altro che; quello fu un periodo d’oro in cui tanto potenti e tanto pericolose venivano considerate le donne che vendevano amore nella Roma caput mundi da essere chiamate lupe e la loro dimora dove vivevano ed esercitavano la professione era perciò detto lupanare, casa della lupa.


Le lupe posavano per le statue più belle che avrebbero dovuto rappresentare divinità pagane e ispiravano versi immortali la cui metrica, noi maschietti, abbiamo riportato a memoria nei licei, più per amore dei soggetti che per il trasporto ispirato dalle lettere antiche.


E poi, su tutte, a renderla storia, archetipo, così come i versi di Catullo l’avevano resa letteratura, Maria, la peccatrice venuta dalla cittadina di Magdala, Maddalena appunto, intima di Gesù fino al punto di lavargli i piedi con unguenti pregiati ed odorosi e ripresa, duemila anni dopo nella “Passione” di Mel Gibson, nell’ “Ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese e nel “Vangelo secondo Gesù Cristo” di Saramago.


Certo, con varie letture, con vari accenti, con diverse delicatezze raccontata ma assolta sempre e sempre simbolo di semplicità d’animo, di sincerità: fino ad arrivare al “Dies irae” laddove ciascun credente non chiede altro, nel giorno del giudizio, che di essere trattato dal Signore proprio come la Maddalena e come Barabba: “Qui Mariam absolvisti et latronem exaudisti mihi quoque spem dedisti”.

E quella storia, uscita dall’insegnamento biblico, la storia di Maria la Maddalena dico, è oramai cronaca quotidiana in letteratura e nel cinema così che se a Wanda, a Lulù, a Mimì, e a tutte quelle donnine dai nomi stuzzicanti da bordello di fin de siecle non scrive più nessuno, la casella della posta di Maddalena è sempre piena.
E allora è facile che capiti che nel fortunatissimo (e stupidissimo) “Codice da Vinci”, l’eroina scopra di essere lei stessa una discendente di Maddalena e addirittura che Kathleen McGowan, scrittrice americana di origini francesi, in un suo libro del 2005 “The expected one”, proclami, con tanto di ricostruzione storica, come ella sia l’ultima discendente diretta della peccatrice di Magdala.

Tanto nel tempo è stato il successo di questa prostituta, perdonata “poichè ha molto amato “ (Luca 7, 47), da divenire, in assoluto, il simbolo della redenzione e, appunto, del perdono.

 

A loro invece, alle ragazze, ma non sempre ragazze, chiamate con il nome della città di provenienza, più nessuno scrive.
E così la casella postale della “bolognese dalla bocca di fuoco”, della “napoletana solo per chi la regge” , della “treviggiana dalle poppe imperiali” e delle tantissime altre, pubblicizzate nelle nuove “quindicine” dei bordelli più rinomati della penisola ante Merlin, rimane desolatamente vuota.

 

E menomale che per quasi mezzo secolo ci ha pensato lui; l’ultimo, e forse l’unico, vero puttaniere, che la storia ricordi. Colui che, per sua stessa ammissione, ne ha avute più di ottomila : Georges Simenon , forse il più prolifico romanziere di tutti i tempi.
Dichiarazione, quella di ottomila rapporti sessuali con prostitute, che induce, per chi volesse indugiare nei particolari, a calcoli matematici astrusi per conoscerne frequenza, longevità sessuale e consistenza patrimoniale dell’interessato.

 

E a studiarne le belle biografie uscite negli ultimi anni si ha chiara l’immagine, sempre secondo calcoli matematici in odore di morbosità, di un uomo capace di scrivere un romanzo come “Lettera al mio giudice” in cinque giorni (da un quindici ad un venti dicembre), di conoscere tutte le case d’appuntamenti presenti sulla costa della Normandia, di aver usufruito, in un viaggio di pochi mesi in Italia, di gran parte delle prostitute di Roma, Napoli e Palermo e di aver scritto 450 romanzi, 107 racconti sulle indagini del commissario Maigret, 117 romanzi psicologici, 30 sceneggiature per cinema e televisione, 3000 articoli per reportage giornalistici e tutto ciò a suo nome, senza contare gli altri 37 pseudonimi dei quali faceva uso. E ottomila puttane.

 

Trattate con rispetto, con delicatezza, con generosità non solo d’animo ma materiale anche.
Perchè forse, per capire bene quel tipo di rapporto bisogna essere un po’ artisti anche.

 

E infatti artisti di tutte le epoche hanno scritto alla puttana. Con modi ed equilibri diversi: con sete di tecnicismi alcuni, con rigore accademico altri, con indagini tese a scoprirne segreti e professionalità altri ancora, e poi con umorismo, con tenerezza, con morbosità e addirittura con amore filiale che la parola puttana, si sa, viene da “puta”, voce del latino già involgarito per identificare la ragazzina simbolo di fertilità e freschezza e che è rimasta, inalterata, nella lingua spagnola.

 

Non c’è stata un’epoca di casella della posta vuota.
E se a scrivere, a scolpire, a dipingere le donne di malaffare sono stati gli uomini, l’interesse morboso per questo mondo sotterraneo del piacere è stato sempre appannaggio femminile.

 

Nel 1847, a Parigi, durante una seduta d’asta, sono state le donne a contendersi, a suon di franchi sonanti, il pettinino, le pantofole, gli stivaletti e il necessaire di Alphonsine Plessis, la vera “Signora delle camelie” la cui vita Alexandre Dumas figlio aveva romanzato. Morì Alphonsine distrutta dalla tisi e piena di debiti che però l’asta dei suoi oggetti personali risulta abbia abbondantemente sanato.
Oggetti da puttana, frivoli e peccaminosi, combinaisons audaci e scarpe dai tacchi impossibili, flaconi di profumo personalizzati e pettini dai manici d’ebano.

 

Oggetti da boudoir insomma: oggetti privati, che testimoniano una vita di appuntamenti misteriosi, di festini segreti e di gioie privatissime ma sempre condite da un che di malinconia e di tristezza visto anche che la parola boudoir, nel senso di alcova privata, deriva dal verbo “bouder”, essere pensierosi, mettere il broncio.
Ma la tristezza e la malinconia non hanno accompagnato sempre il mondo delle “donne mancine” (la vicinanza della caratteristica di essere mancini e di svolgere la professione meriterebbe un ben più ampio approfondimento).
Vi è stata anche l’arroganza e la sete di immortalità.

 

Frine, per esempio, alla fine della sua dorata carriera propose di intervenire con le proprie ricchezze per la ricostruzione delle mura di Tebe a patto che gli ateniesi avessero poi apposta sulle suddette mura una targa per ricordare il nome della donatrice.
Di ciò, naturalmente non se ne fece nulla a causa dell’ “ira funesta delle cagnette” ateniesi che senza “limitarsi all’invettiva” scesero in piazza a protestare vivacemente.
E non solo arroganza ma poesia anche. Come i versi di Veronica Franco la più famosa cortigiana veneziana, puttana per libera scelta dopo aver abbandonato il marito medico, e ispiratrice, ante litteram, della vera parità dei sessi almeno nel letto :“Forse ancor nel letto ti seguirei / e quivi teco guerreggiando stesa / in alcun modo non ti cederei / per soverchiar la tua si indegna offesa /ti verrei sopra, e nel contrasto ardita / scaldandoti tu ancor nella difesa /teco morrei d’ugual colpo ferita”.

 

La storia potrebbe continuare all’infinito e ci permetterebbe di scoprirne altre non conclamate ma altrettanto operose come la Contessa di Castiglione, solo per fare un esempio, senza la quale, probabilmente, Enrico Letta non sarebbe Presidente del Consiglio (ma questa è un’altra storia).

 

Comunque rimane il fatto che oggi la casella della posta è desolatamente vuota. Alla puttana non scrive più nessuno.
Le accompagnatrici, le olgettine, le baby parioline e altri fenomeni sociologicamente riconducibili al meretricio carnale vengono oramai coniugati al politicamente corretto.

 

Patrizia D’Addario, con la sua diafana bellezza ed il volto già morbosamente segnato da eccitanti occhiaie, avrebbe potuto, se solo avesse voluto, rinverdire fasti passati donando nuovo vigore ed onore alla professione più antica del mondo.
Ma lei ha stupidamente preferito dire che era una escort con tutti gli atteggiamenti, le nuove civetterie e i vezzi che questa nuova parola porta con se. Peccato.

 

Ecco perchè nessuno scrive alla puttana: perchè di puttane intelligenti non ce ne sono più.
Addio Bocca di Rosa, con te se ne parte la primavera.

 

 

Fine.
Finisco qui poichè gli appunti sono diventati troppi e occorrerebbero, come minimo, altre dieci uscite. E non ci penso proprio.

 

A.Serni

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