La vicenda dei pannelli fotovoltaici installati sulla diga di Punta Riso a Brindisi offre uno spaccato perfetto – e per certi versi inquietante – di come viene gestita la transizione ecologica ed il rapporto con il territorio. Una storia che si articola su due livelli distinti, ma pericolosamente sovrapposti: da un lato la cronaca di un atto criminale, dall’altro la politica del fatto compiuto.
Partiamo dal lato della cronaca recente. L’azione delinquenziale che ha preso di mira l’impianto, provocando gravi danni ai moduli fotovoltaici appena posizionati, è un atto vile e ingiustificabile. Non esiste “ragione” o “dissenso” che possa legittimare il sabotaggio materiale o l’illegalità. Giustamente, ed in modo compatto, tutto l’establishment politico e istituzionale locale è scattato in piedi per esprimere sdegno, solidarietà e fermezza contro i responsabili.
Finché si tratta di tracciare una linea di confine tra legalità e criminalità, la risposta della comunità e dei suoi rappresentanti deve essere, come in effetti è stata, unanime. Ed è bene che sia così.
La vera sorpresa – o forse, a pensarci bene, l’ennesima conferma – arriva subito dopo i comunicati di condanna. Svanita l’eco dell’indignazione per il raid vandalico, cala il silenzio radio su come si sia arrivati a installare quei pannelli.
Prima del danneggiamento, l’opera era già al centro di forti perplessità e polemiche cittadine. L’installazione è apparsa ai più come una decisione unilaterale, portata a compimento “in fretta e furia”, quasi a voler anticipare o evitare il dibattito pubblico. Eppure, nessun esponente della politica locale ha ritenuto di prendere le distanze dalle modalità con cui questa scelta è stata calata sul territorio, né di sollevare dubbi sull’opportunità di un simile intervento in un’area così simbolica e visiva per la città.
Il cortocircuito sta qui: la politica stigmatizza la violenza del gesto criminale, ma ignora la violenza istituzionale di una decisione presa senza consultazione.
Quello di Punta Riso non è un caso isolato, ma si inserisce in un filone storico che vede la comunità locale subire costantemente scelte strategiche ed energetiche nate nei palazzi romani o nei consigli di amministrazione di grandi multinazionali, a chilometri di distanza da chi questo territorio lo vive ogni giorno.
La transizione energetica è una necessità storica oramai conclamata, ma se si trasforma in un’imposizione burocratica priva di un percorso partecipativo con gli organi rappresentativi locali, perde la sua spinta etica e rischia di generare rigetto. Saltare a piè pari il confronto con la cittadinanza significa trattare il territorio come una “pura superficie da occupare” e non come un tessuto sociale vivo.
Questo modo di procedere non è privo di conseguenze pratiche, tutt’altro. E’ proprio questo modus operandi – fatto di silenzi, deleghe in bianco e decisioni subite passivamente – ad aver influito in maniera massiva sullo stato di evidente recessione economica e sociale in cui versa oggi Brindisi (i numeri resi pubblici dalla Banca d’Italia in queste ore sono eloquenti). Per decenni la città è stata considerata un mero hub di passaggio per capitali e infrastrutture decise altrove, che hanno sfruttato il territorio senza generare un reale e duraturo benessere per la comunità, lasciando dietro di sé solo le briciole dello sviluppo.
In effetti, quando i grandi player industriali o energetici hanno deciso di smobilitare, la città si è ritrovata impoverita, priva di un tessuto economico alternativo, con un territorio devastato e con un gap occupazionale drammatico. Il caso della diga di Punta Riso è l’ennesima conferma di un sistema che non crea valore condiviso, ma si limita a occupare spazi, alimentando una desertificazione sociale che spinge i giovani ad andarsene e paralizza ogni reale prospettiva di crescita autonoma.
Condannare i delinquenti è un atto dovuto e semplice. Molto più difficile e scomodo è stato, per la classe politica locale, fare un esame di coscienza e ammettere che un’opera pubblica – anche la più green del mondo – perde di legittimità se nasce nel segreto delle stanze e nella fretta dell’esecuzione.
Liquidare la vicenda di Punta Riso solo come un problema di ordine pubblico significa fermarsi in superfice e ignorare la radice del problema. Isolare i delinquenti è sacrosanto, ma è altrettanto urgente isolare quel modello decisionale che cala le opere dall’alto senza alcun dibattito. Brindisi sta pagando un prezzo altissimo, in termini di recessione ed impoverimento, a causa di questa storica subalternità.
Per invertire la rotta serve un moto di orgoglio istituzionale: le scelte strategiche per il territorio devono essere condivise da chi questo territorio lo vive e lo rappresenta.
Francesco D’Aprile
