Assistere al declino d’immagine della propria città, bersagliata da critiche, e perché no, anche da pregiudizi, genera un sentimento di profonda amarezza.
Tuttavia, la ferita più dolorosa non è l’offesa esterna, ma la consapevolezza interna: l’attuale stato di emarginazione socio-politica del territorio è il risultato diretto di una prolungata e sistematica carenza di visione delle sue classi dirigenti.
E’ necessario abbandonare ogni retorica auto-assolutoria. Lo stato “comatoso” in cui versa il tessuto cittadino non è una fatalità, ma la conseguenza di una gestione pubblica affidata, per troppo tempo, a figure prive di un autentico legame etico con la propria terra.
Siamo spettatori di un teatro politico dove il trasformismo è diventato metodo di sopravvivenza: rappresentanti che hanno mutato casacca con una frequenza superiore ad ogni logica di coerenza, occupano gli scanni del Consiglio Comunale da decenni senza mai produrre una reale inversione di tendenza. Questa “faccia di bronzo” istituzionale, che pretende ancora oggi di dettare indirizzi strategici dopo aver collezionato fallimenti, rappresenta il principale ostacolo al rinnovamento.
Il quadro si aggrava se si volge lo sguardo al settore economico. In un contesto che richiederebbe sinergie sistemiche, assistiamo alla proliferazione di un’imprenditoria -in particolare in ambito portuale- votata esclusivamente alla tutela del proprio particolare.
“Mentre la città soffocava, e continua a soffocare, nella mancanza di una strategia di sviluppo, troppi attori economici si sono limitati a coltivare il proprio orto, quando non il proprio podere”.
Questa gestione atomizzata e prediletta dell’interesse privato ha impedito la nascita di una visione collettiva, trasformando quello che dovrebbe essere un volano di ricchezza per tutti in una riserva di caccia per pochi.
Il dato più allarmante resta la totale assenza di una pianificazione capace di traguardare risultati di medio- lungo periodo. Ci troviamo dinanzi a un vuoto pneumatico di idee, colmato solo da proclami elettorali e tatticismi di basso profilo.
L’emarginazione di cui oggi soffriamo è, in ultima analisi, il frutto di una delega in bianco concessa a chi ha preferito il mantenimento del proprio potere personale al progresso della comunità. Finché “la gente innamorata della propria terra” resterà ai margini di questi processi, le “OFFESE” che giungono dall’esterno non saranno che il riflesso amaro di una realtà che noi stessi, con la nostra inerzia, abbiamo permesso di consolidare.
Francesco D’Aprile
