L’avvio anticipato della vendemmia ripropone un quadro difficile per la Puglia: 5 milioni di ettolitri di vino è giacente nelle cantine e una parte di esso è invenduto, una buona annata pregiudicata da prezzi delle uve in forte calo, costi crescenti e redditività al minimo. Mentre continua anche se in maniera strisciante un certo terrorismo salutista contro il vino.Non siamo di fronte a una crisi congiunturale. Siamo al declino di un modello?
I sostegni d’emergenza — credito agevolato per liquidità, gestione delle giacenze, contenimento dei costi, fino alla distillazione di crisi — così come quelli necessari per avere un catasto viticolo regionale veritiero in grado di eliminare qualsiasi “gioco di carte”tra aree e uve, sono urgenti e necessari. Tuttavia, non possiamo limitarci a gestire l’affanno. Dobbiamo chiederci perché il sistema vitivinicolo pugliese, pur disponendo di qualità, identità e volumi straordinari, faccia sempre più fatica a trasformarli in valore e reddito per chi coltiva.
Per anni abbiamo sintetizzato il vino pugliese in tre concetti: patrimonio, identità, sviluppo. Si è lavorato per questo anche tra contraddizioni che hanno aiutato le quantità più che la qualità.Oggi dobbiamo aggiungerne un quarto: crisi. Il mercato globale cambia velocemente — contrazione dei consumi (specie tra i giovani), transizione climatica, nuove abitudini — mentre la nostra capacità produttiva continua a non generare sufficiente redditività. La domanda fondamentale per i prossimi dieci anni non è solo come smaltire l’eccedenza, ma cosa produrre, come raccontarlo e a chi venderlo.
Per fare questo occorrerebbero, a mio modesto parere, ultimo arrivato nel settore, quattro scelte di rottura:
1. Meno frammentazione, più forza di mercato. La ricchezza di DOC e IGT rischia di trasformarsi sul mercato globale in debolezza commerciale. Occorre il coraggio di una semplificazione: valorizzare grandi aree geografiche riconoscibili (Salento, Murgia, Gargano) all’interno delle quali mantenere le denominazioni storiche come sottozone. Contestualmente, occorre puntare sui vitigni simbolo — Primitivo, Negroamaro, Nero di Troia, Malvasia nera, Susumaniello, bombino,Verdeca— e su vitigni e cloni nuovi rendendo la nostra storia chiara e leggibile ai consumatori internazionali.
2. Consorzi come registi del valore. Il nuovo Regolamento UE 2024/1143 (e il relativo “decreto consorzi”) amplia il ruolo degli organismi di tutela, attribuendo loro poteri sulla gestione dell’offerta, sull’orientamento economico e sul contrasto alla svalutazione del prodotto. I Consorzi non devono più essere soltanto i custodi formali dei disciplinari, ma veri registi economici capaci di proteggere la sostenibilità finanziaria della filiera e contrastare prezzi incompatibili con la tenuta delle aziende.
3. Disciplinari adatti al clima di oggi. Non si può affrontare il cambiamento climatico con regole pensate per il passato. Chi coltiva oggi in Puglia affronta stress idrico, temperature estreme e nuove avversità agronomiche (esperienza che chi fa biologico conosce bene). I disciplinari devono evolvere per premiare l’innovazione, la sostenibilità e la resilienza del vigneto, senza penalizzare la qualità.
4. Dalla quantità all’esperienza
La Puglia è una meta turistica globale: il vino deve integrare questo flusso. Occorre accelerare sulle vendite dirette, sull’e-commerce e sull’enoturismo integrato. Non la singola cantina isolata, ma itinerari sistemici tra vigneti, paesaggio e patrimonio culturale — ad esempio valorizzando il tracciato della Via Appia nel Salento e a Brindisi.
I fondi pubblici non devono servire a finanziare la conservazione dell’esistente, ma a sostenere il cambiamento strutturale: innovazione, aggregazione, adattamento climatico e promozione e collaborazione collettiva del brand Puglia.
Per attuare questa svolta non servono interventi isolati. Serve una visione comune. Per questo sarebbe opportuna, subito dopo la vendemmia, la convocazione degli Stati Generali del Vino Pugliese: un tavolo tra Regione, Consorzi, associazioni di categoria, cooperazione, università e turismo per redigere un Piano strategico decennale. Un piano che misuri il successo non più in ettolitri prodotti, ma nel valore generato e redistribuito a chi lavora la terra, la vigna e a chi fa vino.
Carmine Dipietrangelo
Tenute Lu spada
