April 22, 2026

l calendario civile di una nazione non è solo una successione di date, ma l’architettura simbolica su cui poggia l’identità di un popolo. Eppure, in Italia, il 25 Aprile fatica ancora a trasformarsi in quella festa di popolo che dovrebbe essere. Invece di un momento di sintesi patriottica, la ricorrenza della Liberazione viene troppo spesso ridotta a un’arena di contrapposizione ideologica, utilizzata come una “clava” retorica da certa parte del mondo progressista per marcare un perimetro di esclusione verso l’avversario politico.
​Oggi assistiamo a un paradosso: mentre il tempo sbiadisce i contorni biografici di chi visse quegli anni, la politica elettorale sembra voler riaccendere fuochi che dovrebbero appartenere alla storia, non alla cronaca, in una anacronistica contrapposizione. Sindacati, testate giornalistiche d’area e associazionismo militante tendono a trasformare il 25 Aprile in una manifestazione “contro” il governo in carica, quasi che la legittimità democratica della destra italiana — e del Governo Meloni — fosse ancora sub iudice rispetto a un tribunale permanente della storia.
​Questo atteggiamento non solo è anacronistico, ma è profondamente divisivo. Se la Resistenza è il mito fondativo della nostra Repubblica, allora essa deve appartenere a tutti, non può essere il feudo morale di una sola parte politica.
​Guardando oltreoceano, l’Independence Day statunitense ci offre uno spunto di riflessione. Pur con le dovute differenze storiche e contestuali, il 4 luglio è vissuto negli USA come un momento di unità nazionale assoluta. In quella data, le differenze tra Repubblicani e Democratici sfumano di fronte alla bandiera, perché ciò che si festeggia è l’atto di nascita di una libertà comune: Patriottismo vs. Ideologia!
​In Italia, il 25 Aprile dovrebbe ambire a questa stessa dignità: un momento in cui l’orgoglio di essere italiani e il rifiuto di ogni totalitarismo diventino patrimonio condiviso. Per farlo, occorre però uscire dalla logica dell’appartenenza “a prescindere” e riconoscere che la libertà riconquistata nel 1945 è la precondizione che permette oggi, a destra come a sinistra, di confrontarsi civilmente.
​Serve una memoria storica comune!
​E qui il ruolo dei docenti e formatori e’ fondamentale! A prescindere dalla propria formazione politico culturale abbiamo il dovere di compiere uno sforzo interpretativo onesto. Arrivare a una memoria condivisa non significa negare la complessità della storia o le diverse anime che composero la Resistenza (quella cattolica, quella liberale, quella monarchica e quella militare, spesso colpevolmente dimenticate a favore di una narrazione monocolore). Significa, al contrario:
​de-ideologizzare la ricorrenza e smettere di usare il passato come strumento di delegittimazione del presente;
​valorizzare l’Unità Nazionale, celebrando la fine del conflitto civile e la nascita di una democrazia che accoglie tutte le espressioni popolari;
​abbandonare i fondamentalismi richiedendo un’apertura intellettuale speculare a quella che offriamo, affinché la memoria non sia una barriera, ma un ponte.
​La libertà non è una concessione di una fazione all’altra, ma il respiro comune di una nazione che si riconosce nei propri simboli.
​In conclusione, il 25 Aprile smetterà di essere divisivo solo quando smetteremo di trattarlo come un campo di battaglia e inizieremo a viverlo come l’atto di fondazione della nostra casa comune. Solo così potremo finalmente avere il nostro “4 Luglio”: una festa di tutti, per tutti, sotto il segno di un patriottismo maturo e riconciliato.

Massimiliano Oggiano

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