A Brindisi si continua ad aspettare lo sviluppo.
Si commentano crisi industriali e infrastrutturali da tempo previste e annunciate, si cercano responsabilità altrove, si rinvia ogni scelta. Ma il tempo dell’attesa è finito. O la città costruisce una propria visione di sviluppo, oppure sarà condannata a subirne una residuale decisa da altri.
E bene che vada ci diranno che siamo degli “sfigati”. Il dibattito poi sviluppatosi su questa affermazione dal Catalano di turno è veramente stucchevole.
Brindisi sta vivendo una crisi d’identità profonda: siamo diventati “separati in casa”, frammentati tra chi difende un passato che non torna e chi, restando inerte, subisce un presente di declino.
Per troppo tempo Brindisi è stata una “carta assorbente” di decisioni esterne: grandi insediamenti industriali, investimenti calati dall’alto, strategie mai realmente governate dal territorio. Quel modello ha prodotto lavoro e reddito, ma anche dipendenza, fragilità e costi ambientali pesanti.Oggi quel ciclo è chiuso.Continuare a difendere l’esistente o a inseguire soluzioni tampone significa accompagnare lentamente il declino. Serve invece una scelta politica netta: cambiare modello di sviluppo. Brindisi non è solo industria.
Brindisi è anche campagna, mare, porto.
Lo dico da tempo. L’agricoltura – quella di qualità, innovativa, sostenibile – è una risorsa strategica, non residuale. Le filiere agroalimentari e il vino soprattutto rappresentano identità, economia e possibilità concrete di occupazione.
Il riconoscimento UNESCO della Via Appia Antica restituisce alla città una verità dimenticata: Brindisi è il punto terminale di una delle più importanti vie della storia, la porta naturale verso il Mediterraneo.
Il porto non può più essere visto solo come appendice industriale: deve diventare infrastruttura centrale per logistica, turismo e connessioni internazionali. Lo devono capire anche gli operatori oltre alla dirigenza di una autorità portuale che sempre più si sta dimostrando quantomeno inadeguata per non dire altro.
In un mondo attraversato da nuove tensioni – dalla crisi legata all’Iran alle difficoltà nei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz – il Mar Mediterraneo torna ad essere uno spazio strategico. Le rotte si riorganizzano, i flussi cambiano, e Brindisi può tornare ad avere un ruolo. Ma solo se saprà attrezzarsi.
Non accadrà per caso.
Serve un patto per lo sviluppo del territorio, vero e operativo. Non un esercizio retorico, ma un’assunzione di responsabilità collettiva: istituzioni, imprese, sindacati, agricoltura, competenze. Tutti coinvolti, tutti chiamati a fare la propria parte. Per questo anche le stesse iniziative apparentemente istituzionali in capo a singoli rappresentanti potranno essere utili solo se producono proposte e impegni con cui sollecitare dialogo, altri confronti e proposte.
La politica locale deve scegliere: continuare a gestire l’esistente o guidare il cambiamento. E lo deve fare assieme. Non ci sono più alibi.
Brindisi ha risorse, storia e posizione per essere protagonista.Ma deve decidere di esserlo. Ora.
Servirebbe un appello a tutte le categorie e alle competenze locali: si costruiscano i tavoli del dialogo. Non si vada alla ricerca di colpevoli, ma di soluzioni. Un “Patto per Brindisi” deve nascere dal basso, da nuovi protagonismi che sappiano imporre a Roma e a Bari una pianificazione seria e risorse concrete. Non possiamo più limitarci a “elemosinare” proroghe per modelli ormai superati. Serve il coraggio di una visione integrata e basata su una industria sostenibile riconvertendo i siti e puntando sull’economia circolare per generare ricchezza senza devastare il territorio. Uno sviluppo con le radici nel Territorio per valorizzare le filiere agroalimentari ed enogastronomiche, legandole a un turismo consapevole. Infine porto e aeroporto come infrastrutture moderne e attrezzate capaci di adeguarsi agli sconvolgimenti geopolitici in atto e al servizio di un nuovo sviluppo E poi una politica attiva. Basta con la passività. La politica deve smettere di essere “affaccendata in altre faccende” e tornare a guidare lo sviluppo con trasparenza e rigore.
Brindisi non può diventare un territorio rassegnato. È un territorio che aspetta solo di essere chiamato a una sfida degna della sua storia. È il momento del buon senso, della responsabilità e, se necessario, della lotta per il nostro diritto a un futuro sostenibile.
Ma questo futuro non riguarda solo le classi dirigenti.Riguarda soprattutto i giovani.Ai giovani brindisini va detto con chiarezza: il vostro futuro non è necessariamente altrove. Può essere qui, nella vostra terra, se questa città saprà cambiare e se voi sceglierete di esserne protagonisti. Non spettatori, ma parte attiva di una nuova stagione …anche della politica.
La partecipazione dei giovani al referendum a difesa della Costituzione è stato un segnale importante. È una speranza concreta. Significa che esiste una generazione che vuole contare, che vuole decidere, che non accetta più di subire.È da qui che bisogna ripartire.
Perché Brindisi avrà un futuro solo se qualcuno sarà disposto a immaginarlo, costruirlo e lottare per realizzarlo. Qui.
Carmine Dipietrangelo
