October 3, 2022

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Theatre_dayGiovedì 27 marzo si festeggia il Teatro.

Una ricorrenza istituita a Vienna nel 1961 e in Italia ˗ non si comprende bene il perché ˗ solo a partire dal 2009. O meglio, la spiegazione è fin troppo evidente: del teatro a noi, immeritevoli discendenti dei Romani, importa poco o niente. Anche se proprio i Romani, nell’identico format edilizio imposto alle terre conquistate, sull’italico territorio, assieme al foro, al tempio e alle terme non facevano mai mancare l’anfiteatro.
Quasimodo, in occasione della IV Giornata Mondiale del Teatro (1965) ebbe a dire: «L’invito a teatro in questa Giornata (…) dovrebbe convincere la nuova generazione (aggrappata alle prospettive spettacolari dello sport e alla dispersa vibrazione vocalica delle canzoni) che solo nel teatro troverà il dialogo che definisce la sua probabile sorte fisica (…). E qui l’uomo va fermato e avvertito: e non nel segno della speranza, ma attraverso la certezza della sua forza spirituale e civile»…
È successo qualcosa dopo questo suggerimento-invito? Niente di niente. La Nazionale di calcio, Sanremo e il Grande Fratello continuano imperterriti a fare impennare lo share. Eppure non lo dice solo Quasimodo. Il teatro, se frequentato (e, aggiungerei, amato), fa capire meglio la vita, la rischiara rendendola meno pesante, meno tetra, smussandone gli spigoli che rappresentano i dolori della quotidianità.
In altre parole, il teatro bonifica il territorio, educa cioè gli spettatori, li forma e l’informa, arrivando a concedere ai frequentatori più assidui una maggiore umanità. Da rigidi e chiusi si può, insomma, diventare ˗ a forza di commedie e tragedie ˗ flessibili e tolleranti. Scusate se è poco!

 

maschere-teatroParlo, ovviamente, del vero teatro, non dei frustri teatrini imposti dall’alto. Primo tra tutti quello della politica, il teatrino delle trame sempre uguali, dove si insulta, si minaccia, si giunge perfino al contatto fisico (come purtroppo è successo di recente a Montecitorio) e poi, se solo s’intravede una possibilità di tornaconto personale, si allacciano momentanee alleanze trasversali fino al prossimo scontro.
Parlo non solo del teatro Lirico e del grande teatro di Prosa, ma anche di quel teatro “minore” (in quanto a stanziamenti ed utenza di pubblico) che opera silenziosamente ma proficuamente nella provincia, rivitalizzando vecchi contenitori-bomboniere destinati a subire l’offesa del tempo o riscoprendo spazi inusuali e adattandoli alle mutate esigenze.
Come a Brindisi sta facendo il TiDP Teatri Indipendenti #1 che, nato da una idea di Marcantonio Gallo, Fabrizio Cito e il Dopolavoro (ex Ferrovieri ed ex Cinema Universal), da un paio di mesi sta offrendo alla città una presenza di realtà teatrali indipendenti che “mirano a declinare l’attualità attraverso diversi stili e linguaggi differenti proponendosi così di dare voce e visibilità a giovani Compagnie che difficilmente approdano ai cartelloni ufficiali dei grandi circuiti”.
Un teatro sperimentale di cui in città si avvertiva la mancanza e che si propone ˗ cosa molto coraggiosa ˗ proprio nel momento di crisi profonda del teatro.

Questo perché il duo Gallo-Cito, co-fondatori del TeatroDellePietre, “in un periodo di incertezze sociali, lavorative e politiche non vogliono aggiungere anche un’incertezza creativa”. E hanno così deciso di combattere la crisi con un “teatro della crisi”: esistenziale, economica e di valori.

 

perchenonvaiateatroE parliamone di questa benedetta crisi. Che parte da lontano, da una mentalità che addirittura la precede.
Così c’è da dire che, mentre nell’antica Grecia, per iniziativa di Pericle, ai poveri era concesso dallo Stato un sussidio di due oboli (theoricòn), affinché assistessero alle rappresentazioni teatrali, ritenute altamente educative, in Italia, da sempre, si è fatto esattamente il contrario.

Si è cioè pensato ad aiutare chi può, elargendo biglietti omaggio ai soliti noti… Ottiche diverse. Diverse civiltà.
Naturalmente la crisi dei giorni nostri affonda le origini in un contesto più complesso e generalizzato.

Una crisi che, secondo Dacia Maraini, potrebbe essere superata facendo una cosa molto semplice: detassando! Oggi, afferma la scrittrice, si muore di crediti, non di debiti. Le istituzioni non pagano o, se pagano, lo fanno con otto mesi, un anno di ritardo. Nel frattempo cosa fa una piccola Compagnia? Chiede un prestito alla banca. Ma quando lo fa dietro la garanzia di una promessa di pagamento da parte di qualche istituzione poi chiede un interesse sempre più alto. Alla fine, fra il Ministero, la Regione o il Comune che devono pagare uno spettacolo e la Compagnia creditrice, chi viene in realtà finanziata è la banca!

 

Il risultato di questo percorso perverso è quello capitato alla stessa Maraini, costretta a chiudere una scuola di teatro in Abruzzi. Con danno di chi vi lavorava e avrebbe voluto che anche in provincia si discutesse pubblicamente sui grandi temi d’attualità.
Dal canto suo Giovanna Melandri ˗ direttrice del Maxxi, il museo delle arti del ventunesimo secolo ˗ contro la depressione dei consumi culturali e la caduta libera degli investimenti pubblici propone che “il Ministero per i Beni culturali dovrebbe individuare una fascia di istituzioni nazionali di primo livello, che siano musei, enti lirici o i nuovi teatri nazionali, a cui concedere il tax credit, quello per cui un privato o un’azienda che investe 100 euro li può scalare dalle tasse che paga, non dall’imponibile…”.
Sì, va bene, ma il “piccolo” teatro…?

In ogni caso, piccolo o grande che sia, è giusto che il teatro sia in sofferenza quando è l’unico luogo dove le persone si ritrovano intorno a una storia, un’idea, un progetto? L’unico luogo non virtuale, in contrapposizione al cinema, alla televisione, alla stessa Rete dove lo spettatore è (e rimane) solo perché, al di là dello schermo ˗ di tela o di vetro ˗ non c’è nessuno con cui possa confrontarsi.
In un momento in cui è scomparsa l’agorà, il luogo cittadino d’incontro, di confronto e di scontro ideologico, il teatro è rimasto l’unico modo per veicolare i sentimenti e sentirsi vivi in mezzo ai vivi.

 

dopolavoroA tal proposito mi tornano in mente gli spettacoli “Attimi di scena” proposti tempo fa dalla Fondazione Nuovo Teatro Verdi, con il pubblico assiso sul piancito del palcoscenico a “rompere la quarta parete”. Cioè in quella situazione che, secondo la teoria di Bertolt Brecht, consente a un personaggio di rivolgersi direttamente allo spettatore inducendolo a pensare in modo più critico su ciò che sta guardando.
Ma anche lo spazio del Dopolavoro, nelle rappresentazioni già eseguite, è stato adattato alle esigenze del copione e del momento. Anche qui la distanza tra attori e pubblico è stata annullata e le emozioni dei primi si sono confuse con quelle di chi assiste, venendo così a creare un circuito magico di grande impatto.

 

end polio nowComunque, a festeggiare la Giornata Mondiale del Teatro a Brindisi ha pensato l’Associazione Artistico Musicale “Nino Rota” che, nell’ambito del programma “Brindisi Classica” ha organizzato, per giovedì 27 marzo, l’“End Polio Now”, un concerto di beneficenza in collaborazione con i Club locali del “Rotary International”.
A dirigere l’Orchestra Filarmonica “Nino Rota” ci sarà Maciej Zoltowsky. Al pianoforte si alterneranno Silvana Libardo e Antonio Salvemini, mentre la voce recitante sarà quella di Marcantonio Gallo.

Credo che, in alternativa alle celebrazioni oratorie, sovente stantie e politicizzate, l’iniziativa della “Nino Rota” possa dare il giusto risalto alla ricorrenza contribuendo a veicolare tra il pubblico il pensiero del grande regista teatrale Gratowski per il quale “il teatro è una proposta di come il mondo dovrebbe essere”.

 

Guido Giampietro

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