October 24, 2026

«Il teatro salva il mondo». Mario Martone lo ha detto con convinzione, quasi scusandosi per la grandezza di quelle parole. Poi ha spiegato che cosa intendesse: «Perché tutto ciò che svilisce la vita, la uccide». È stato uno dei momenti più intensi dell’incontro con Eugenio Barba, che questa mattina ha riunito i due registi nella Sala della Colonna di Palazzo Nervegna, a Brindisi. Una conversazione condotta dalla giornalista e critica teatrale Anna Bandettini, con la partecipazione di Chris Torch, presidente della Fondazione Nuovo Teatro Verdi, nella quale i ricordi personali hanno aperto riflessioni sulla libertà, sul rapporto con le istituzioni e sulla responsabilità dell’artista nei confronti della società.

L’appuntamento ha concluso «Dialoghi #1», il percorso dedicato a Martone tra Lecce e Brindisi, e si è inserito nelle iniziative per i novant’anni di Barba, che ricorreranno il prossimo 29 ottobre. Due generazioni, due esperienze artistiche differenti, unite da un rapporto di stima che nel corso dell’incontro ha assunto i toni di un dialogo tra amici. Con la libertà di ricordare, sorridere e anche riconoscere le proprie fragilità.

Martone ha ricordato il 1999, quando, appena chiamato alla direzione del Teatro di Roma, invitò Barba e l’Odin Teatret a inaugurare il nuovo Teatro India. Gli mise a disposizione gli spazi per un mese, lasciandogli piena libertà. Ne nacque un’esperienza fatta di spettacoli, laboratori, incontri e scambi con gli abitanti del quartiere Portuense. Tra gli episodi ricordati, il baratto artistico con un circolo di anziani che si riunivano per ballare. Un piccolo fatto quotidiano che racconta bene l’idea di teatro di Barba: incontrare persone, conoscere le loro abitudini, entrare in relazione con una comunità e accettare di imparare qualcosa da essa.

«C’è veramente un’idea meravigliosa di salvezza del mondo», ha osservato Martone, riconoscendo nel lavoro dell’Odin una cura delle relazioni che va oltre la qualità degli spettacoli. Un’attenzione rivolta a chi recita, a chi guarda e a chi vive nei luoghi in cui il teatro arriva. Per il regista napoletano, proprio questa attenzione quotidiana, fatta di gesti concreti e di rispetto per le persone, costituisce uno degli insegnamenti più importanti ricevuti da Barba.

Barba ha ricambiato con affetto, ricordando quel giovane direttore con la giacca di pelle e la motocicletta, così diverso dalle figure istituzionali che aveva conosciuto. Ha raccontato la fiducia ricevuta e la libertà di lavorare senza dover continuamente giustificare le proprie scelte. Poi il discorso si è fatto più personale. «Tu non mi puoi offendere semplicemente perché io sono differente, diverso da te», ha detto parlando di dignità. E sulla coerenza ha aggiunto: «Tu puoi trattare con tutti. Però devi sapere quali sono i limiti». Un principio al quale ha ricondotto anche la propria ammirazione per Martone, per la sua indipendenza e per il coraggio delle decisioni prese nel corso della carriera.

Martone ha raccontato infatti la conclusione della sua esperienza alla guida del Teatro di Roma, durata appena due anni. Le pressioni e i compromessi richiesti dall’istituzione finirono per rendere impraticabile il suo progetto. Scelse di andarsene. «A un certo punto bisogna anche saper rompere», ha ricordato. Una decisione nella quale Barba ha riconosciuto proprio quella coerenza che considera fondamentale nel rapporto con gli altri. Per entrambi, il confronto con le istituzioni resta necessario, purché le risorse e le regole non finiscano per soffocare la libertà degli artisti.

Il dialogo ha poi riguardato direttamente Brindisi. Chris Torch ha chiesto ai due registi come un grande spazio come il Nuovo Teatro Verdi possa sviluppare un rapporto più stretto con la comunità cittadina. Martone ha risposto ricordando che lo spazio scenico va continuamente reinventato attraverso i corpi degli attori, la luce e il rapporto con gli spettatori. Un’esperienza che ha fatto risalire proprio agli spettacoli dell’Odin visti da ragazzo, quando scoprì che il pubblico poteva trovarsi intorno all’azione e non soltanto di fronte a essa.

Barba ha spostato l’attenzione sulle persone. Ha ricordato gli inizi dell’Odin in una palestra e poi in un rifugio atomico a Oslo, luoghi trasformati in spazi teatrali dalla necessità e dall’immaginazione. «Il teatro vive e lo spazio vive grazie alle persone che lo abitano», ha spiegato. Servono idee, iniziative, rapporti con le associazioni e con le diverse realtà cittadine. L’edificio, da solo, non basta. È il lavoro delle persone, secondo Barba, a determinare ciò che un teatro può diventare per la propria città.

Martone ha infine ricordato il suo «Edipo re» al Teatro Argentina, dove aveva coinvolto persone immigrate incontrate nelle strade di Roma, trasformandole nel coro della tragedia di Sofocle. Anche in quel caso il teatro aveva cercato nella vita della città le ragioni del proprio lavoro, dando alle parole antiche una forza nuova attraverso le voci e le esperienze di persone che conoscevano la paura e l’emarginazione.

Tra applausi, sorrisi e ricordi, l’incontro ha restituito soprattutto il rapporto umano tra due artisti che continuano a interrogarsi sul senso del proprio mestiere. Martone ha parlato del teatro di Barba come di una fonte di speranza. Barba ha confessato di essersi commosso più volte guardando i film di Martone. Una dichiarazione semplice, forse la più bella tra le tante pronunciate questa mattina. Perché dopo quasi due ore di riflessioni sulla libertà, sulle istituzioni e sulla creazione artistica, a dare misura del loro incontro è rimasta la stima reciproca. Quella che nasce dal lavoro e, ancora di più, dal riconoscersi nelle scelte di una vita.

Roberto Romeo

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