La decisione degli Stati Uniti di colpire obiettivi in Iran e la conseguente tensione nello Stretto di Stretto di Hormuz iniziano a produrre effetti concreti anche sugli aeroporti italiani. Tra i primi segnali, la situazione dello scalo di Aeroporto del Salento, rimasto senza carburante per gli aerei almeno fino alle 12 di domani, 7 aprile.
Nei Notam, i bollettini aeronautici diffusi nelle ultime ore, si evidenzia chiaramente l’indisponibilità di carburante. Le compagnie aeree sono invitate a pianificare i voli caricando il necessario già negli aeroporti di partenza, così da coprire anche le tratte successive. Una misura emergenziale che fotografa una criticità improvvisa e tutt’altro che marginale.
Le scorte residue sono ridotte al minimo: restano disponibili solo “quantità limitate”, riservate esclusivamente a voli statali, missioni Sar e trasporti sanitari. Una priorità inevitabile in un contesto che ha rapidamente assunto i contorni dell’emergenza.
Brindisi non è un caso isolato. Altri scali italiani stanno affrontando difficoltà simili, con disponibilità ridotte di carburante. Dopo le limitazioni già segnalate a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna, si aggiungono ora Reggio Calabria, dove è stata introdotta una quota massima di rifornimento, e Pescara, dove è operativa una sola autocisterna da 20mila litri.
Il quadro complessivo lascia pochi margini di interpretazione. Il blocco, anche solo parziale, del traffico nello Stretto di Hormuz – uno dei principali snodi mondiali per il petrolio – ha innescato una catena di effetti che si riflette direttamente sulla disponibilità di carburante in Europa. Le scorte si assottigliano, la logistica si complica, i tempi si allungano.
La crisi, innescata da una scelta geopolitica precisa di Stati Uniti nei confronti dell’Iran, mostra così il suo impatto più immediato: quello che si misura nei disagi quotidiani, nei voli da riprogrammare, nei rifornimenti contingentati. E negli aeroporti che, da un giorno all’altro, si ritrovano a corto di carburante.
