October 25, 2026

In occasione dei suoi novant’anni, il celebre regista teatrale torna nella sua città natale per festeggiare con la comunità che lo ha atteso a lungo.

Il comune di Brindisi, in collaborazione con la Fondazione Nuovo Teatro Verdi e il sostegno della regione Puglia, ha organizzato, dal 22 al 24 ottobre, una straordinaria serie di appuntamenti aperti al pubblico. L’iniziativa ha permesso ai cittadini di vivere un momento di grande cultura, dialogando con l’illustre Eugenio Barba, regista teatrale di fama mondiale nato a Brindisi nel 1936.

Durante l’incontro organizzato nel Tempio di San Giovanni al Sepolcro, nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre, Barba ha confessato il suo stupore nel vedere così tante persone ad attendere il suo ritorno. Questo rientro è stato caratterizzato da temi ricorrenti che hanno accompagnato tutti i dibattiti per poi terminare con lo spettacolo teatrale “Le nuvole di Amleto”.

Durante queste tre giornate, la figura del regista è stata fondamentale per affrontare delle tematiche delicate ma attuali come la diversità, l’importanza delle relazioni umane e la pace.

Il suo modo di fare teatro affonda le radici nella sua esperienza di vita. Tutto parte dalla sua infanzia, legata alle tradizioni del Salento che lui stesso non definisce cultura ma “superstizione”.

Queste tradizioni hanno segnato il suo corpo, fino a diventarne parte. Si passa poi alle difficoltà incontrate durante la giovinezza, quando nel 1954 emigrò in Norvegia. In quel contesto era lui a essere il diverso: un ragazzo dai capelli scuri e, soprattutto, italiano non era ben accetto all’epoca.

Barba ha spiegato i problemi avuti con la lingua. Dopo aver studiato per anni greco e latino, si chiedeva come avrebbe fatto e si sentiva uno stupido a non comprendere quella nuova lingua: «Quando perdi la propria lingua, perdi una parte della tua integrità».

Però ha anche avuto la fortuna di incontrare persone capaci di andare oltre le diversità, che gli hanno insegnato l’importanza della disciplina e dell’attenzione nel lavoro quando, per poter vivere, costruiva circuiti elettrici.

Barba ha trasferito questa dedizione nel suo teatro, nato proprio dall’esigenza di trovare un rifugio dalle difficoltà della vita. Lo ha fondato con un gruppo di attori che non avevano superato la prova di ammissione della Scuola teatrale di Oslo.

Nasce così l’Odin Teatret, il teatro degli esclusi, dei diversi, che sperimentava nuove forme teatrali in spazi non convenzionali come chiese e bunker, esplorando sia lo spazio sia il corpo stesso degli attori a cui Barba dedica molto tempo attraverso l’esercizio fisico e l’improvvisazione.

Questo modo di fare teatro non poteva non entrare in contatto con la visione artistica del regista Mario Martone. Durante l’incontro di venerdì, tenutosi a Palazzo Nervegna, Martone ha spiegato di aver accettato la direzione del Teatro di Roma perché gli era stata concessa la possibilità, da lui fortemente voluta, di creare un nuovo spazio che si discostasse dall’idea tradizionale di teatro.

Nasce così il Teatro India, all’interno di ex stabilimenti industriali nel quartiere Ostiense: un vero e proprio centro di sperimentazione culturale, aperto a chiunque senza distinzioni.

Proprio per questo motivo, Martone decise di invitare l’Odin Teatret per l’inaugurazione.

In un mese Barba ha trasformato quello spazio in un luogo di incontri, corsi, laboratori e spettacoli, riuscendo in poco tempo a creare una vera comunità e a costruire relazioni umane profonde.

Martone vede in questo tipo di teatro un’idea di salvezza del mondo, concetto ribadito anche dal Professore Franco Perrelli, docente di Storia del teatro e dello spettacolo, nella sua introduzione durante l’incontro al Tempio: «È un trasfusore di vita».

I suoi spettacoli ti lasciano qualcosa dentro: è impossibile rimanere indifferente.

Questo è il vero obiettivo del regista, che per raggiungerlo preferisce che ai suoi spettacoli partecipino poche persone. E così, davanti a una sessantina di spettatori, in due serate entrambe sold-out, Barba ha portato in scena al del Nuovo Teatro Verdi il suo “Le nuvole di Amleto”.

La particolarità dello spettacolo è la disposizione del pubblico, quella che Barba definisce “spazio fiume”: le persone non siedono in platea guardando il palcoscenico, ma sono disposte su gradinate una di fronte all’altra, alcune sedute anche per terra. Al centro vi è un corridoio che costituisce lo spazio d’azione degli attori.

Questa vicinanza ti fa entrare nello spettacolo: gli stessi attori corrono vicino agli spettatori e rivolgono loro la parola. Succede, ad esempio, quando la voce narrante, Shakespeare, cammina puntando uno specchio verso il pubblico elogiando l’opera d’arte che è l’essere umano. Parole che contrastano con le immagini che vengono proiettate sui fondali ai lati del corridoio: fiamme, distruzione, bambini coi fucili.
Questo perché portando in scena il dramma di Amleto, Barba si chiede quale eredità stiamo lasciando alle nuove generazioni, a cui è dedicato lo spettacolo: “Dedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro”.

In questo periodo di estrema incertezza, la risposta a questa domanda arriva dallo stesso Barba, in occasione dell’ultimo incontro, quello di sabato 24 ottobre, sempre a Palazzo Nervegna. Il regista ha raccontato di quando, insieme alla sua compagnia teatrale, si trasferì in una piccola città danese, Holstebro, per fondare un laboratorio teatrale, su invito del sindaco del posto.
Holstebro era una cittadina estremamente religiosa che rifiutava tutto ciò che era divertimento, poesia, teatro. L’unico spazio concesso all’Odin fu una fattoria a un chilometro e mezzo dalla città.

Per anni la gente del posto ha respinto Barba e i suoi attori, convinta che ciò che facevano in quella fattoria non fosse teatro. A rendere più difficile il tutto era il norvegese, una lingua che i cittadini non comprendevano.
Lo stesso Barba ha raccontato che per anni la popolazione è stata in guerra contro di loro.
La soluzione è stata quella di far comprendere cosa fosse davvero l’Odin Teatret.

Grazie al lavoro di esperti di teatro, la compagnia ha dimostrato di avere qualcosa da dire e di poter dare un senso alla comunità.

Ci sono riusciti dopo sedici anni di contrasti; sedici lunghi anni in cui però ciò che era diverso è stato finalmente compreso e accolto.

È questo che il teatro riesce a fare, e Barba ha concluso così l’incontro: «Il teatro non può portare la pace, ma può far accettare la diversità. Può insegnare che chi bussa alla tua porta ha il diritto di essere accolto».

 

Federica Schiavone

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